Contatti: ndt@lanotadeltraduttore.it



FIERA DEL LIBRO

Fiera del Libro di Francoforte
di: Rosy Alfinito

Tutti a Francoforte!

La traduzione, si sa, è una passione che ti accende l'anima. Se non avessimo questi carboni ardenti che ci spingono ad alzarci dal letto per scrivere quella frase che finalmente si è materializzata e che ci frullava solo abbozzata nella testa da giorni, perseguitandoci anche al momento di scolare la pasta, come faremmo a sopportare le difficoltà di questa professione, tanto bella per quanto troppo spesso non apprezzata? Impossibile.
Per me che sono traduttrice tecnica da 15 anni, pur lavorando in un campo spesso definito 'arido' rispetto ad altre aree umanistico-letterarie, è stata questa forte passione a spingermi verso la ricerca di un livello più alto di lavoro anche in un settore che non può essere semplicisticamente definito 'arido'.
Certo, la traduzione di un manuale di istruzioni non è particolarmente creativa… ma anche il contratto più 'postillato' può rivelare un aspetto inatteso: ciò che sta dietro alle semplici parole e che fa la differenza tra un semplice accordo e un accordo fra quelle due parti.
Da quando, tre anni fa, ho iniziato a lavorare, casualmente, nell'editoria - settore gastronomia e alta cucina - ho cominciato ad accarezzare l'idea di andare alla fiera di Francoforte, mito incontrastato di tutte le fiere del libro. Finalmente lo scorso inverno ho deciso: ottobre 2005, sarò a Francoforte. Ma perché un traduttore di una piccola provincia come la mia - Grosseto, nella Maremma Toscana - dovrebbe affrontare una spesa non indifferente per andare a vedere qualcosa che probabilmente funziona su delle basi molto lontane dal vis-à-vis che ancora sussiste nei luoghi di provincia come il mio? Vedere per capire. Sarebbe già bastato questo. Capire come funziona un settore che conoscevo soltanto attraverso i libri che traducevo. Rendermi veramente conto, quindi, di cosa muove l'aspetto della traduzione, chi tratta le traduzioni, su quali basi, le differenze tra i mercati italiano, francese e anglofono .
Per me sarebbe stato questo già un risultato, se non fosse stato per la mia casa editrice che, abituale espositore alla fiera tedesca, mi invia un depliant su un Translators Centre di recentissima istituzione in fiera, ossia un punto di incontro per traduttori e interpreti con tanto di reception desk, spazio espositivo per le proprie opere tradotte, spazio contatti con editori e spazio eventi connessi alla professione della traduzione e dell'editoria. Wow! …mi sono detta! Allora questo viaggio diventa una possibilità più ampia di allargare incredibilmente le mie vedute professionali e di contattare degli editori.
Mi sono iscritta al database permanente della fiera - ho dovuto inviare via fax titoli di studio, membership di associazioni professionali nonché l'elenco dei libri tradotti - e ho scaricato il mio biglietto di entrata per 5 giorni di fiera con sconto previsto per acquisto via Internet ante fiera riservato ai visitatori professionali. Organizzazione perfetta!
Il primo giorno, mi presento al desk del Translators Centre, attivato grazie alla presenza dei soci della BDU e VDU, associazioni professionali tedesche di traduttori e interpreti. Espongo i miei due libri e mi rendo conto che tutti i libri presenti, dico tutti, erano opere letterarie tradotte verso il tedesco. Lì per lì mi sento inorgoglita e mi dico: 'toh, sono forse l'unica traduttrice italiana che ha risposto all'appello della fiera….' . Nel corso dei cinque giorni mi sarei poi resa conto che forse sono stata l'unica traduttrice straniera e che per quanto Nobu - chef giapponese di fama internazionale tanto caro ai vip - e Charlie Trotter - pluripremiato chef che ha imposto all'attenzione mondiale la sua concezione di cucina cruda - fossero due icone della gastronomia internazionale, rimanevano un'oasi 'tecnica' tra figure letterarie pari a Eco, Moravia e altri autori italiani e stranieri tradotti in tedesco.
Nel pomeriggio dello stesso giorno di apertura, decido di partecipare al primo evento in programma, dove sarebbe stato presente anche il Direttore della Frankfurt Book Fair, Juergen Boos. Dato che i depliant erano in Inglese e in tedesco, immagino che anche gli eventi in programma siano quanto meno bilingue. Bene per me che so Inglese e Francese ma non il Tedesco. La mia accompagnatrice, English beginner, spera di potersi esercitare, ma timidamente mi propone di sederci in ultima fila, così da sgattaiolare via inosservate in caso di monolinguismo germanico. Riflettendo, propongo e ottengo il contrario: una bella prima fila avrebbe testimoniato il nostro interesse e avrebbe marcato la nostra eventuale disapprovazione linguistica con conseguente 'levata' prima del tempo.
E infatti, non mi sono sentita affatto poco riconoscente quando, fissando bene negli occhi l'oratore, mi sono alzata, ho girato i tacchi e me ne sono andata solo dopo 5 minuti e dopo aver constatato che la mia completa ignoranza della lingua tedesca mi impediva di seguire anche un solo concetto.
Prima riflessione: chi più dei traduttori e degli interpreti ha la sensibilità di capire che occorreva una interpretazione quantomeno consecutiva? Fosse stato per me, l'avrei prevista in ogni caso, ma dato che le due associazioni professionali annoverano tra i loro iscritti interpreti professionali, e dato che l'invito era rivolto ai traduttori di tutto il mondo, perché non chiedere ai presenti se c'era bisogno quantomeno di uno chuchotage? Trovo che questa sia stata una grossa mancanza da parte dei colleghi tedeschi: poi mi sono resa conto che quel Translators Centre, in realtà, e giustificabilmente, rappresenta una grossa occasione per loro nei confini dei loro interessi, oltretutto esclusivamente letterari, e qualcosa potrebbe cambiare quando i traduttori stranieri inizieranno a parteciparvi in forma più consistente. Riconosco loro anche il grande merito di aver avuto una iniziativa del genere, assolutamente assente in Italia: alla recente fiera del libro 'Più libri, più liberi' della piccola e media editoria, tenutasi a Roma dall'8 all'11 dicembre scorsi, non vi era traccia di associazioni professionali di traduttori, unica presenza lo stand di Biblit.
In compenso, Francoforte mi ha dato la misura del livello dei miei libri tradotti, che ho rilevato essere di notevole qualità nel campo della alta gastronomia, e soprattutto mi ha fatto capire chi, fra gli editori, cerca i traduttori e chi no. Oltre al fatto che il mercato italiano funziona in maniera diversa da quello francese e da quello anglofono. Gli americani, ad esempio, trattano solo macro tirature di interesse generale, mentre i francesi guardano più ai contenuti. Gli italiani si trovano più ad esportare le loro tradizioni culinarie che non a importare le innovazioni. Conseguentemente, sono più alla ricerca di traduttori stranieri. Meno male per me e chi come me, una seppur timida apertura dell'Italia alle innovazioni culinarie permette un certo movimento di traduzioni verso l'italiano, anche se le tradizioni sono dure a morire.
Alla fine della cinque giorni fieristica, queste le domande che mi sono rivolta:
Perché i traduttori non vanno dagli editori? Perché non vi sono stand di associazioni professionali agli stand delle fiere di Roma e di Torino? Perché ho dovuto faticare tanto ad esprimermi linguisticamente soprattutto in una Francoforte restia all'approccio con lo straniero pur essendo un centro fieristico di levatura mondiale?
A parte l'ultimo quesito che rimando a chi conosce meglio di me Francoforte e la Germania, la mia risposta si è concentrata su un concetto: i traduttori forse non credono ancora abbastanza in se stessi e si sentono poco tutelati.
Che poi è lo stesso concetto che riportava la mia insegnante di traduzione tecnica francese alla scuola interpreti vent'anni fa, cercando di scoraggiarci in tutti i modi al mestiere di traduttore per farci capire che solo chi possedeva quel fuoco sarebbe andato avanti con le unghie e con i denti, in un vortice di ricerca continua della qualità legata alla profonda umiltà di voler conoscere sempre di più senza scoraggiarsi  mai, perché solo la consapevolezza di dover continuare ad imparare produce l'uso corretto delle parole e di quello che veramente esprimono, tanto in un testo letterario quanto in un testo tecnico.

Rosy Alfinito