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Incontro con l'autore: Magris a Pisa
di: Chiara Marmugi

Giovedì 13 ottobre si è svolto il sesto degli incontri del ciclo "La traduzione d'autore" promosso dalla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Pisa. Dopo il saluto della coordinatrice del ciclo di conferenze Marcella Bertuccelli, presidente del corso di laurea in Traduzione dei testi letterari e saggistici e del prof. Piermarco Bertinetto, preside della Classe di Lettere della Scuola Normale Superiore, il Prof. Enrico De Angelis, titolare della cattedra di Lingua e Letteratura Tedesca della Facoltà di Lingue, ha introdotto Claudio Magris. Non potendo analizzare tutta la sua opera di scrittore, saggista e traduttore, perché troppo vasta, De Angelis si è soffermato sul Magris germanista, ovverosia profondo conoscitore della cultura tedesca. La sua tesi di laurea, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, pubblicata da Einaudi nel 1963, ha dato il via alla sua produzione e a un recupero della letteratura mitteleuropea. Questa sua opera, che ha lasciato tracce anche nel lessico italiano, ha contribuito a smontare e rimontare un mito, quello asburgico, creato dagli scrittori dopo la fine dell'impero.
Magris ha aperto il suo intervento sottolineando che la traduzione letteraria in Italia è ingiustamente sottovalutata, sia dal punto di vista economico che da quello culturale. Diversamente dalle società nordiche e mitteleuropee, in cui la traduzione è considerata una forma di creazione artistica, in Italia è vista ancora solo come un lavoro necessario.
I suoi libri sono stati tradotti in varie lingue e Magris entra in contatto diretto anche con i colleghi che lavorano verso lingue che lui non conosce, scrive loro una lettera in cui spiega i riferimenti letterari e cerca di raccontare come è nata la pagina, perché il traduttore capisca qual è il ritmo da seguire. Traduzione per lui significa infatti principalmente resa del ritmo, resa che non è sempre riuscita ai suoi traduttori. Ha portato l'esempio della traduzione del Miti asburgico in tedesco, in cui è stata rappresentata solo la demolizione e non la ricostruzione del mito. La traduzione tedesca dà un'intonazione diversa al racconto. Magris e la sua traduttrice croata (lingua che lo scrittore non conosce) hanno fatto una volta un gioco. Lei gli ha letto una pagina di una sua traduzione e lui doveva indovinare, solo in base al ritmo, di quale opera si trattava. E ci è riuscito, evidentemente perché la collega ha fatto un ottimo lavoro.
Un altro problema importante nelle traduzioni, per Magris, è la presenza di parti dialettali. Il dialetto è sempre legato all'immediatezza di un luogo, non si può rendere attraverso un altro dialetto, perché darebbe al testo una connotazione geografica diversa da quella intesa dall'autore. Si devono ricercare equivalenti gergali non regionalmente connotati, ma con le stesse valenze psicologiche o fantastiche dell'originale.
Anche gli elementi culturali sono difficili da tradurre e Magris ha fatto l'esempio di un passo di Danubio, in cui si hanno associazioni mentali salgariane. Il traduttore olandese ha avuto difficoltà a renderle, visto che per il lettore medio, ma anche colto, olandese certi riferimenti sono difficili da cogliere. Magris ha inoltre criticato la tendenza del traduttore a semplificare e a spiegare. Il rapporto tra lo scrittore e il lettore deve essere per lui paritetico, il lettore deve fare lo stesso cammino che ha fatto lo scrittore, il quale deve correre il rischio di non essere capito, come sempre succede nella vita. Di difficile traduzione sono anche per Magris i nomi dei luoghi, i superlativi, le particelle espletive, i suffissi, la pietas e l'ironia.
Lo scrittore ha poi speso qualche parola sulla sua esperienza di traduttore, ricordando che la sua prima traduzione, Bertolt Brecht und die Tradition di Hans Mayer, gli è costata molta energia. Il libro successivo, Der Wirrwarr di Werner Kraft era un testo fortemente legato all'ebraismo orientale, disciplina che lui allora non conosceva e che gli ha creato molti problemi a livello di comprensione e traduzione del testo, pubblicato solo grazie all'aiuto di Donatella Ponti. Magris crede di aver dato il meglio di sé nella traduzione di testi teatrali (di Büchner, Kleist, Schnitzler, Grillparzer, Ibsen), che autorizzano l'uso di un linguaggio meno ordinato rispetto agli altri generi. Ha raccontato di aver voluto conoscere gli attori che avrebbero dovuto pronunciare le battute, perché nel teatro le parole hanno anche una dimensione fisica.
Magris ha poi concluso il suo intervento definendo il traduttore un co-autore, un complice, un rivale, un concorrente, un innamorato. A una persona del pubblico che ha chiesto la sua opinione sulla fedeltà delle traduzioni, l'intellettuale ha risposto che tradurre non vuol dire copiare pedissequamente, ma adattare adeguandosi. Si deve perseguire una fedeltà autonoma, non rigida, libera, capace anche di piccole infedeltà.

Chiara Marmugi