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TEATRO

Mein Kampf
di: George Tabori / editore: Einaudi, 2005
traduttore: Laura Forti - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota del Traduttore

“Una farsa. Una farsa teologica”: così George Tabori, intervistato alla vigilia della prima di “Mein Kampf”, che si sarebbe tenuta a Vienna, il 6 maggio 1987, aveva definito il suo ultimo testo. Era chiaramente una nuova provocazione rivolta al pubblico austriaco anche perché la farsa - e si poteva presagirlo dal titolo -  non aveva per protagonisti una coppia di amanti capricciosi, ma un giovane Hitler, appena arrivato a Vienna agli inizi del Novecento per sostenere il famoso esame all’Accademia e uno squattrinato libraio ebreo che lo ospitava;  e raccontava il loro rapporto di dipendenza, nei termini di una “banale storia d’amore”, morbosa e senza lieto fine.

Nel nostro immaginario la farsa, da Aristofane a Feydeau, è qualcosa che tratta di identità scambiate, intrighi amorosi, battibecchi e triangoli.  Qui Tabori usa il contenitore teatrale classico per raccontare ben altro: strutturalmente “Mein Kampf” è un tradizionale cinque atti con un chiaro ordine spaziale e temporale (ogni atto si apre con una definizione precisa del giorno della settimana in cui l’azione avviene) ma per quanto riguarda il contenuto, è un ibrido di stili con citazioni che spaziano dal Faust ai Fratelli Marx.  E il nucleo dell’intreccio non parla di amori qualunque, ma di “un amore” preciso, quello simbiotico tra vittima e carnefice, ed è una riflessione feroce sull’eterna coppia “ebrei” e “tedeschi”, qui presentata come uno spietato duo comico che occhieggia a Caino e Abele e ricorda Laurel e Hardy.

Anche nelle sue opere precedenti, Tabori aveva usato l’umorismo per spiazzare lo spettatore ideologicamente compiaciuto o dalla coscienza troppo pacificata. Nei “Cannibali”, il suo testo d’esordio, presentato all’American Place Thatre nel 68, aveva messo in scena un gruppo di prigionieri di un lager che, stremati dalla fame, cucinavano il corpo di un compagno cuocendolo ritualmente in un pentolone, e si era gridato “allo scandalo”. Ma il comico in Tabori non è mai gratuito, ha una precisa funzione destabilizzante: rimette in discussione, mescola i significati ed è un prezioso alleato per il pensiero. Davanti a “Mein Kampf” si ride, certo, ma è un riso sinistro, che scuote l’anima,  sempre in equilibrio tra orrore e ridicolo.

Nel testo l’ebreo Schlomo è vecchio, brutto, somiglia a un animale, non è certo Romeo o un primo attore da vaudeville quando amoreggia con la bianca virginale Gretchen, che pure lo adora proprio per il suo aspetto ripugnante (una chiara metafora della “giovane” Germania, con la quale Tabori non è tenero). Ed è povero Schlomo, poverissimo, vive in una topaia insieme ai senzatetto di Vienna e ad un compagno di sventura, l’ex cuoco Lobkowitz che si crede Dio e biascica brandelli di preghiere. L’unica cosa che possiede sono le parole, il linguaggio. Schlomo gioca con le parole, ci costruisce un mondo intero, che non è altro che l’universo della tradizione ebraica, della quale egli sembra essere rimasto l’unico, solitario cantore. Il linguaggio di Schlomo infatti spazia dalle citazioni dal Cantico dei Cantici, usate per corteggiare Gretchen, ai termini yiddish pieni di vezzeggiativi familiari con cui blandisce il capriccioso bambino Hitler. Gioca con le parole per tenere in vita il suo passato, con il quale ha un rapporto controverso  (si veda ad esempio il lungo racconto iperbolico dell’arresto del padre  - che lui stesso ha denunciato alle guardie zariste giurando che è un eroico sovversivo - che finisce in una visione apocalittica da giudizio divino), gioca con il Dio-Lobkowitz quando quest'ultimo cerca di riportarlo all’unico Libro scritto, gioca con il suo aguzzino che di lì a poco annienterà il suo popolo, ponendogli quesiti e indovinelli e dimostrandogli addirittura, con la sua pericolosa “dialettica ebraica” (che il futuro dittatore tanto teme), che in fondo loro due sono parenti. Gioca perfino con la Morte, venuta a prendere Hitler e riesce a convincerla a tornare un’altra volta, offrendole il tè e dissertando di poesia (che non è altro che “prendere tempo prima che la morte arrivi”). Per il traduttore la scommessa (e il divertimento) è proprio questa, riuscire a restituire questo importante mondo di parole, alle quali Schlomo si aggrappa con energia disperata per sopravvivere, come si aggrappa all’idea di scrivere il suo capolavoro, “Mein Kampf”, per trovare un senso alla propria esistenza. E ci vorrebbero continue note a fondo pagina per spiegare la ricchezza di questo universo che spazia con leggerezza dalla saggezza della Torah all’umanità del Talmud, e li rinterpreta alla luce del fallimento. Ho lasciato appositamente lo yiddish in originale non solo perché cercare una traduzione sarebbe impossibile ma anche perché, offrendo un termine equivalente, si smarrirebbe quello struggente senso di perdita, di nostalgia dolorosa per un “prima” cancellato dalla strage di lì a venire, che aleggia come una presenza minacciosa e costante sotto la pelle di tutto il testo.

L’altro polo dell’opera, Hitler, al contrario di Herzl, è incapace di dominare il linguaggio, non gestisce le parole e quando inizia a parlare, con i suoi estenuanti monologhi che gli tolgono il respiro, finisce nel balbettio isterico. Non ha passato, non ha memoria. Come da copione, non ha alcun senso dell’umorismo e dell’autoironia. Dopo un incipit iniziale che ricorda gli Hitler di Chaplin e di Mel Brooks, il suo personaggio diventa sempre più cupo e agghiacciante, ma non è mai un mostro. Tabori non è interessato a dare giudizi, si muove su un terreno psichico, tanto che in un’intervista afferma che “questo è l’Hitler che è in me”. Il suo è un  Hitler banalmente malvagio, in cui tutti possono e devono riconoscersi, proprio per non diventare come lui. Nel testo non ci sono buoni o cattivi, i personaggi sono semplicemente “presentati” e si fanno conoscere per quello che dicono.  Solo alla fine, l’opera ha un brusco capovolgimento e dal comico della farsa si passa alla tragedia, quando  il clima allucinato sotteso per il tutto il testo diventa palese e prende i colori e la freddezza dell’incubo. Siamo in un sogno. Hitler, insieme ai suoi scagnozzi e al fido Himmlisch, cerca il libro che Schlomo sta scrivendo, Mein Kampf, ma alla fine scopre che non contiene niente, perchè il contenuto è "solo nella testa" del suo autore. La verità è che Schlomo non ha bisogno di scrivere niente, “è” il libro, lo incarna: egli stesso rappresenta, prendendolo su di sè,  il Mondo degli Ebrei,  che tra poco saranno bruciati e distrutti, come i volumi nelle piazze durante la kristalnacht. E quando alla fine Hitler riversa la sua cieca violenza contro la gallina Mitzi, che viene cucinata e servita "in una deliziosa salsa di sangue", all’ebreo Schlomo non resta che intonare il suo kaddish e tornare a Quel Mondo, all’Unico vero Libro che sia mai stato scritto e che Tutto contiene. Ma, per ironia della sorte, Schlomo non dirà la preghiera per i morti sui resti di un parente amato (quanti ebrei poterono farlo con i loro cari?) bensì sulla carcassa di un pollo fritto che finirà per mangiare. Ancora una volta il cibo, come nei “Cannibali”, entra in gioco nell' immaginario di Tabori e il mangiare diviene metafora di una lunga, faticosa elaborazione del lutto, del masticamento solitario di una memoria indigeribile, inghiottita tra il riso e le lacrime.

 
Laura Forti


pag. 2 Laura Forti

Laureata in Storia dello Spettacolo presso l’Università di Lettere e Filosofia di Firenze nel ‘91 (110 e lode) studia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” dove si diploma come attrice (Orazio Costa, Mario Ferrero, Luca Ronconi, Marisa Fabbri etc) ; dopo anni di parti in compagnie di giro (Teatro Stabile di Torino, Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti, Teatro della Tosse, Teatro Metastasio, Teatro delle Moline etc), fonda nel 1993 a Firenze, Centrale dell’Arte con cui svolge un’intensa attività di progettazione e ricerca sul territorio toscano e all’interno del quale cura numerose regie e drammaturgie dalla fondazione fino ad oggi. Da sottolineare il suo lavoro, insieme al collega Teo Paoli, nell’ambito pedagogico come progettista didattico per il Settore Teatro presso il Comune di Prato dal 1994 e tutor di gruppi di adolescenti sul territorio pratese (Associazione “La Tenda”) che ha condotto in esperienze teatrali internazionali, progettando e partecipando a 4 progetti Europei finanziati dalla CEE nell’ambito delle iniziative “Gioventù per l’Europa” (uno dei quali è stato il primo progetto europeo approvato a Prato). Ha anche lavorato come tutor presso l’Università di Firenze, in collaborazione con il Dipartimento di Teatro, conducendo gli studenti in un percorso annuale sulla vita di Molière, ispirato al romanzo di Bulgakov ed andato in scena in forma di studio al Festival di Avignone.

- Come drammaturga vince il Premio Ugo Betti per la drammaturgia (giugno 2001) con “Pesach/Passaggio” pubblicato dalla Casa Editrice Bulzoni; Pesach è stato rappresentato in lettura l’8 Maggio 2002 al Teatro Niccolini di San Casciano dalla compagnia Arcazzurra di Ugo Chiti, e l’11 Settembre 2002 al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Walter Malosti e la partecipazione di Franca Nuti, Michela Cescon, Carla Chiarelli e della cantante yiddish Lee Colbert. E’ stato tradotto in francese dall’attrice Caroline Chainolleau e messo in scena in Francia nella stagione 2004 dal regista franco-tedesco Lukas Hemleb.
Un altro suo testo “Le Nuvole tornano a casa” (Rete ktehen ne stepi) che racconta una storia di immigrazione al femminile e che è nato dopo una lunga ricerca “sul campo” in collaborazione con la comunità albanese di Firenze ha vinto il Premio Speciale della Critica nell’Edizione 1998 del Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia Europea ed è anch’esso arrivato finalista nel Premio Ugo Betti 2001, contemporaneamente a Pesach! Nuvole è stato anche selezionato tra gli ultimi tre finalisti italiani su una rosa di 308 proposte nel premio internazionale Vicini e Sconosciuti di GRAZ (Austria) ed è stato recentemente tradotto dalla Casa Editrice Kaiserverlag di Vienna e proposto a gruppi tedeschi ed austriaci. Le Nuvole è andato in scena due volte in Italia, l’ultima delle quali con regia di Laura Forti e Teo Paoli, produzione Teatro dei Fondi-Regione Toscana Sipario Aperto. L’ultimo suo lavoro è “Dimmi, una storia mai scritta” commissionato per la Giornata della Memoria della Shoah (prima nazionale 27 gennaio 2003) dal Comune di Firenze: attraverso le vicende di una Legge italiana, la Legge Terracini, che risarcisce le vittime dell’olocausto, il testo esamina il rapporto tra memoria personale (la storia della propria famiglia) e l’atteggiamento controverso dello Stato Italiano nei confronti di questo passato. “Dimmi” è stato presentato alla Sala Vanni (FI), al Circolo ARCI Maccari, al Teatro Shalom di Empoli e sta trovando interessamento presso teatri e festival.

- Ha tradotto e rappresentato in prima nazionale al Teatro Metastasio di Prato, nel gennaio 2002, in occasione della Seconda Giornata della memoria della shoah (27 gennaio), I Cannibali di George Tabori, straordinaria riflessione sul nostro rapporto col mostro-olocausto, in collaborazione con Teatro Metastasio, Regione Toscana, ETI, Ente Teatrale Italiano e i due Festival Internazionali di Fabbrica Europa e di Montalcino (presso i quali Centrale dell’Arte aveva tenuto due workshops preparatori al lavoro), Università degli Studi di Firenze. Ha curato anche l'evento I Cannibali, il pasto della memoria, tre giorni di eventi e conferenze sul tema della shoah presso Teatro Metastasio, Teatro della Pergola e Museo d'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, cui hanno preso parte artisti e studiosi da tutto il mondo: Robert Skloot dall'Università del Wisconsin, il gruppo arabo-ebraico Teatro di Acco con la performance "Anthology", Warren Rosenzweig del Jewish Theatre Austria e Asher Tlalim regista del film documentario "Don't touch my holocaust". Nel 2004 pubblicherà la traduzione de “I Cannibali” per la Casa editrice Einaudi; sempre per Einaudi, ha curato la voce Mein Kampf di George Tabori nel Dizionario Teatrale a cura di Davico Bonino.

- Pubblica con Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri di Marcello Baraghini “Joseph Pinetti: Divertimenti Fisici” (settembre 2001), storia di un prestigiatore del ‘700 con traduzione dal francese del suo manuale di giochi di prestigio e di altre fonti esoteriche e curiose che ha avuto buone recensioni di critica su quotidiani nazionali ed ha trovato spazio nella rubrica “Lessicoenuvole” di Stefano Bartezzaghi, sul Venerdì di “Repubblica”, il principale quotidiano nazionale. Pubblica con Bulzoni Pesach. Scrive articoli, saggi etc: oltre alle già citate opere pubblicate, collabora con la Rivista “Drammaturgia” diretta da Siro Ferrone dove ha pubblicato un saggio su “Teatro in Israele” dopo un recente viaggio che l’ ha portata ad entrare in contatto con la complessa realtà teatrale/esistenziale israeliana ed araba, con Matità e con altre riviste specializzate nel settore teatrale. Collabora come lettrice con l’Ambasciata di Israele, leggendo e traducendo molti testi di drammaturgia contemporanea, in collaborazione con importanti enti ed istituzioni culturali in Israele. Ha presentato alla Comunità Europea il Progeto “MURDER: Io, tu e la prossima guerra” sul testo dello scrittore israeliano Hanoch Levin che parla del conflitto israelo-palestinese, un progetto che prevede la collaborazione di Judisches Theater Austria, Magna Vox Norvegia e altri enti nazionali ed internazionali. Sul testo MURDER sta nascendo un progetto di ampio respiro che ha portato Laura Forti a recarsi nell’Aprile 2003 presso l’Università di Madison nel Wisconsin (USA) per tenere un workshop con gli studenti americani sulla metodologia dell’attore europeo e i contenuti del testo di Levin.