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La traduzione d'Autore. Incontro con Dacia Maraini
di: Chiara Marmugi

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Venerdì 12 maggio si è svolto il terzo degli incontri del ciclo La traduzione d'autore promosso dalla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Pisa. Dopo il saluto della coordinatrice Marcella Bertuccelli, presidente del corso di laurea in Traduzione di testi letterari e saggistici, del preside Giuseppe Di Stefano e una breve ma precisa introduzione da parte di Cinzia Biagiotti, ricercatrice in Lingua e Letteratura anglo-americana, è salita in cattedra Dacia Maraini. Insieme a lei hanno parlato David Platzer, intellettuale nordamericano che ha tradotto alcune poesie della scrittrice e il professor Mario Curreli, Direttore del Dipartimento di Anglistica.

L'autrice ha esordito definendo la traduzione un viaggio da una scrittura a un'altra, da una lingua a un'altra, da una cultura a un'altra. Un viaggio pieno di rischi e trabocchetti, che presuppone pazienza, cura e dedizione e per questo è spesso affidato a donne. Un lavoro, ha proseguito la scrittrice, in Italia sottopagato, poco considerato e mai messo in evidenza.
Dacia Maraini ha poi illustrato la propria esperienza di traduttrice, pratica secondo lei molto utile a chi svolge la sua professione. Per la prima volta si è cimentata con la traduzione di un'opera intera volgendo in italiano il romanzo The secret sharer di Joseph Conrad. Le difficoltà principali sono state la resa del titolo, che contiene un sostantivo senza corrispondente in italiano, e la trasposizione del lessico marinaio. Ancora più difficile le è risultato tradurre poesie, per la necessità di trasporre due caratteristiche di per sé irriproducibili, quali la musicalità dei versi e le metafore, e per la scelta di liriche di autrici complesse quali Gertrud Stein ed Emily Dickinson.

La parola è poi passata a David Platzer, il quale ha asserito di tradurre esclusivamente opere di autori contemporanei, per una questione di mimesi. Per lui è impossibile riprodurre un linguaggio diverso da quello che parla e scrive quotidianamente, ma non esclude che altri riescano a farlo in maniera impeccabile. Le poesie di Shikibu Murasaki, poetessa di corte giapponese del X secolo, sono state infatti tradotte in inglese da Arthur Waley nel secolo appena concluso. Le traduzioni di Waley sono al giorno d'oggi assai lette, molto più dell'originale, perché il giapponese di Shikibu Murasaki è troppo lontano da quello parlato oggi in Giappone. Il filtro in questo caso è servito ad attualizzare e rimettere in circolo l'opera.

Dacia Maraini  ha poi descritto la propria esperienza di scrittrice tradotta. Per quanto riguarda le versioni nelle lingue che lei conosce, chiede sempre di rileggere il testo prima della pubblicazione. Ha raccontato della splendida esperienza fatta con Elspeth Spottiswoode e Dick Kitto, marito e moglie che hanno tradotto in inglese più di una sua opera. Lei sapeva bene l'italiano, lui l'inglese e la scrittrice, cresciuta bilingue, restava in genere con loro dieci giorni a rivedere il lavoro.
Si è poi parlato dell'importanza della lingua usata nelle traduzioni per il teatro. La lingua del teatro è contemporaneamente lingua parlata e lingua scritta, deve apparire credibile in bocca agli attori che la recitano e non avrebbe senso rappresentare a New York un'opera straniera facendo parlare ai personaggi l'inglese di Londra. Da ciò la necessità di 'americanizzare' le traduzioni in british english o di 'argentinizzare' quelle in spagnolo prima delle rappresentazioni oltreoceano.

Il professor Mario Curreli ha introdotto l'ultimo romanzo di Dacia Maraini, Colomba, la cui protagonista, Zaira, è una traduttrice letteraria. Si sta confrontando con La vida es sueño di Calderón de la Barca, ma non riesce a portare a termine il lavoro, perché è in cerca della nipote che si è persa nel bosco. È una traduttrice che fa il proprio lavoro per passione e, nonostante le pressioni dell'editore, non vuole consegnare un lavoro non accurato. La scrittrice ha sottolineato come sia stato difficile convincere i vari traduttori a non rendere con un dialetto della lingua d'arrivo i pezzi del romanzo scritti in abruzzese. Siccome non si può dare un valore localistico 'altro' alle parole che un personaggio pronuncia, straniando il testo in maniera assurda, ha consigliato ai traduttori di rendere il brano come se fosse scritto in italiano standard, ma con un tono molto colloquiale.

A chi infine le chiedeva un consiglio per gli studenti del corso di traduzione letteraria, la scrittrice ha detto di leggere molte volte il testo e cercare di entrarci dentro fisicamente, con tutti i sensi all'erta, di capire non intellettualmente, di 'sentire' cosa si sta rappresentando, di immergersi nel testo, di assorbirlo coi sensi, prima di fare l'operazione linguistica e intellettuale di trasporto nella nostra lingua.

Chiara Marmugi



pag. 2 Chiara Marmugi

Si è laureata in Lingue e Letterature straniere (Tedesco e Inglese) a Pisa e a Friburgo (Italiano e Spagnolo). Sta portando a termine un dottorato di ricerca sul tema "Il mito di Icaro nella letteratura della Germania Est", presso l'Università di Friburgo. Ha svolto attività di ricerca e insegnamento universitario. Si è avvicinata alla traduzione in occasione della tesi di laurea, volgendo in italiano poesie e saggi di Wolf Biermann. Ora lavora come traduttrice freelance.