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MIGRAZIONI

Un pappagallo volò sull'IJssel
di: Kader Abdolah / editore: Iperborea, 2016
traduttore: Elisabetta Svaluto Moreolo - Traduzione dal nederlandese


pag. 1 Nota del Traduttore, Elisabetta Svaluto Moreolo

Profumo di tè e acqua di rose sulle rive dell’IJssel

In Papegaai vloog over de IJssel, Kader Abdolah, scrittore persiano di lingua nederlandese, riunisce i due mondi in cui affondano le radici della sua anima: quello della lingua e della cultura persiana e quello della lingua e della cultura dei Paesi Bassi, in cui ha potuto rinascere a nuova vita.
Felice frutto dell’incontro tra vicenda autobiografica, racconto di invenzione e storia recente dell’Olanda, questo “romanzo meticcio” – ambientato tra il 1985 e il 2010, ovvero tra l’arrivo dei primi rifugiati e l’ondata migratoria che ha profondamente inciso sulla deriva xenofoba di parte della società olandese – ci parla di quel fenomeno antico e drammaticamente attuale quale è la  migrazione: l’incontro-confronto di genti di lingua e cultura diverse, che, come avviene nel dipanarsi della storia, può dare vita a radicali contrapposizioni, scabrosi cambiamenti, reciproci arricchimenti, nascita di nuove comunità in cui convivono cittadini autoctoni, stranieri e nuovi nati color caffelatte, con nomi inediti, tradizioni multiple e gastronomie fusion. Protagonisti del racconto sono un pugno di rifugiati di religione musulmana, tra i primi ad arrivare, in Olanda, dove si stabiliscono in alcuni paesini sul fiume IJssel, in un’area di religione protestante. Descrivendo le loro vicende, le loro esperienze esistenziali, le loro lotte con la lingua olandese, le loro prese di coscienza e i loro sogni, il romanzo ci racconta tranches de vie – trasfigurati da un’immaginazione al limite del surreale – di una piccola umanità sofferente e tenace, di identità e alterità, sguardo ego- ed etnocentrico e prospettiva altrui, ma anche della possibilità di trovare compromessi preservando i fondamenti delle reciproche identità, e infondendo così nuova linfa all’albero della vita in continuo divenire. A ben vedere, si tratta di temi non dissimili da quelli con cui si trova alle prese il traduttore, sempre costretto a misurarsi tra la propria visione delle realtà e quella altrui; la propria scrittura e quella unica dell’altro; tra le esigenze della committenza (in questo caso, peraltro, particolarmente sensibile al rispetto del testo fonte) e le peculiarità stilistiche dello scrittore; tra accogliere la diversità e addomesticarla. Nel caso di Abdolah la questione è resa più complessa dal fatto che fin dall’inizio l’autore ha scelto di scrivere in una lingua d’adozione, il nederlandese, imparata da autodidatta e perfezionata nel tempo. Egli si esprime quindi in un idioma meticcio, talvolta straniante, talvolta particolarmente suggestivo, talvolta ancora eccentrico e che, pur avvicinandosi sempre più allo standard, conserva un’impronta e una musicalità altre, nelle scelte lessicali, in quelle sintattiche e nel ritmo. Questo tratto distintivo della sua scrittura è accentuato dalla scelta di stilemi narrativi – il racconto a cornice, il modello della fiaba – che richiedono un rispetto rigoroso, pena la perdita di magia, di tensione narrativa e di un’altra importante dominante: la volontà dell’autore di testimoniare le proprie radici, la propria storia e quella del suo paese e e di farsi ponte tra due due culture, tra Oriente e Occidente.
Nel caso specifico, poi, Un pappagallo volò sull’IJssel comincia con la citazione di un racconto persiano, che condensa in nuce uno dei temi ricorrenti della prosa abdholiana – l’accettazione del destino – annunciandone la ripresa all’interno del romanzo. Questo esordisce quindi con la suspense (e il ritmo) di un mystery, per proseguire brevemente con tono e impianto di favola e trasformarsi quindi in un racconto sospeso tra ricostruzione storica e immaginazione, in cui non mancano accenti mitici (nelle figure della “guaritrice Klazien”, degli “undici uomini anziani” e del “Pappagallo”) e citazioni dell’attualità.
Da questi accenni si comprende quanto sia profonda la connessione tra scelte linguistico-stilistiche e temi del romanzo, e quanto debba essere consapevole l’approccio del traduttore, cui è richiesta attenzione per la punteggiatura, per l’essenzialità pregnante dello stile, per le atmosfere poetiche care all’autore e per il peso delle parole in un romanzo che, al di là dello scardinamento identitario provocato dalla migrazione, parla del dolore della vita.

Elisabetta Svaluto Moreolo

Elisabetta Svaluto Moreolo
è traduttrice letteraria dall’olandese e docente di traduzione dall’olandese presso la Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli” della Fondazione Milano. Al suo attivo numerose traduzioni di narrativa e saggistica dall'olandese e dall'inglese per i maggiori editori italiani, per Iperborea ha tradotto in italiano tutti i romanzi di Kader Abdolah.


pag. 2 Un Pappagallo volò sull'IJssel, articolo di Dori Agrosì

Con Scrittura cuneiforme, nel 2003, ero incuriosita dalla presenza rilevante di Kader Abdolah nel catalogo nordico di Iperborea. Avevo accostato l’Oriente e Iperborea alle fiabe, ma come mai l’Oriente e le fiabe nordiche di Iperborea? È cominciata in questo modo la mia lettura dei libri di Kader Abdolah.
Accolto in Olanda come rifugiato politico, questo autore è un esempio di migrazione felice. La sua è un’esperienza di opportunità raccolte, di apertura e di rispetto della cultura altrui. I suoi romanzi sono tradotti dall’olandese, Kader Abdolah scrive in olandese e non nella sua lingua madre, il farsi, o in una lingua a lui già nota come l’inglese. Gli olandesi sono i suoi primi interlocutori e i primi destinatari delle sue storie. Immaginiamo quanto sia difficile passare dal farsi a una lingua europea, eppure nel contesto notiamo che «lingua» e «libertà» sono inscindibili, in tutti i suoi romanzi la questione della lingua è un passaggio obbligato per la libertà, conoscere la lingua è il primo passo per integrarsi e acquisire la cultura del posto.
Cosa comunica Kader Abdolah in olandese agli olandesi e al mondo? Racconta la sua testimonianza di esule, la sua cultura, l’alterità e l’integrazione possibile.
Sappiamo che sono molti gli autori della migrazione che assumono la scelta di scrivere nella lingua di accoglienza. Perché lo fanno? La motivazione più diffusa è di ricalibrare il grado zero delle parole; nella lingua di accoglienza infatti certe parole perdono il riferimento a un gergo esasperato, quello della militanza, del regime, e suonano finalmente standard.
Tuttavia, dal punto di vista di noi lettori, questa scelta di scrivere nella lingua di accoglienza sembra incredibile, che noi non ne saremmo capaci, ecc... Dobbiamo considerare invece il punto di vista dello scrittore che, al contrario, è ben felice di sperimentare la sua arte all’estremo. Quindi, oltre al punto di vista ricettivo del lettore, dobbiamo considerare l’atto creativo dello scrittore e la sua intenzione di plasmare la propria scultura con materiali nuovi e ghiotti nel suo laboratorio degli esperimenti.
Da lettrice ho osservato l’esperienza di Kader Abdolah migrante con la testa nel ricordo e lo sguardo rivolto al futuro. «Futuro» è una parolina seria nel contesto: come lui infatti spiega, il migrante non pensa alla morte, non la considera, pensa al futuro. In questo romanzo, Il Pappagallo volò sull’IJssel, i migranti vengono infatti colti di sorpresa alla morte della più piccola protagonista: “Gli stranieri non erano preparati alla morte, pensavano soprattutto al futuro.”
Non conosco l’effetto di leggere Kader Abdolah in olandese, ma nel mio ragionamento di traduttrice, metto in parallelo questo genere di scrittura con la traduzione passiva. Spesso quando mi capita di leggere dei romanzi di un autore straniero tradotti in italiano da un traduttore straniero della stessa lingua dell’autore, al primo impatto c’è sempre la sorpresa di leggere un italiano straniante, anzi, contraffatto, man mano che la lettura prosegue mi accorgo invece della bravura di quel traduttore nell’essere stato perfettamente in grado di restituirci la prosodia di quel testo. A una traduzione attiva forse questa forza non sempre riesce. Senz’altro, un traduttore italiano avrebbe limato al massimo la traduzione optando per scelte più conformi all’uso dell’italiano standard. La traduzione passiva, invece, ha il pregio di riportare il lettore alla musicalità del testo originale, portarlo a intuire elementi del testo fonte, per esempio portarlo a ragionare sulla sintassi, perché quella frase è stata tradotta così? E allora possiamo immaginare che fosse così in partenza, che appartiene alla sintassi di quella lingua e che quel traduttore ne ha lasciato la traccia.
La fiaba, come topos, è una sorta di preludio con cui Kader Abdolah presenta al lettore il suo passaporto per l’Olanda. I riferimenti autobiografici sono un basso costante: mentre profilano dettagli del passato ci accorgiamo che ogni personaggio  migrante è sempre un alter ego dell'autore stesso, di suoi parenti o amici, in maniera velata o evidente, in uomini e donne. Nella sua scrittura gli elementi riconoscibili rimangono quelli esotici come il racconto a cornice e il ricorso alla fiaba e creano alterità nel testo. È in questa caratteristica dominante che ogni volta si riconosce l’autorialità di questo grande autore.
La sua scrittura e il suo stile, sempre in oscillazione tra due culture, ci istruiscono in maniera pacifica e pacata sulla non semplice faccenda dell’integrazione. D’altronde lui è molto a suo agio in Occidente, come i suoi personaggi, tutti integrati nella realtà olandese. I migranti di Kader Abdolah osservano con attenzione e stupore il loro nuovo mondo, si tuffano volentieri a socializzare e a imparare la lingua, nuova e culturalmente lontanissima. Notiamo che nei suoi romanzi questo impegno è reciproco, poiché anche l’Olanda si attiva per la loro integrazione. Nell’apprendere la nuova lingua, il passaggio è tanto semplice per i giovani quanto buffo per gli anziani che legano più volentieri tra di loro, come nella realtà. È anche vero che quando ci troviamo in una città straniera presto ci accorgiamo che le parole sono come una galassia che ci avvolge, entriamo nel mood di quella lingua, tutto insomma ci risuona nella testa fino a sorprenderci che stiamo già pensando in quella lingua. Tuttavia le radici culturali sono come l’inflessione nella nostra voce e non ci abbandonano. Con il tempo l’inflessione si ammorbidisce, ma rimane.
Nel Pappagallo volò sull’IJssel c’è nella diaspora la questione dello spaesamento; l’impatto del migrante con il luogo, quindi la descrizione del paesaggio olandese e di riflesso la descrizione dello stereotipo olandese, uomo e donna, usi e costumi. Tutti ingredienti e codici agli antipodi rispetto alla descrizione dei personaggi migranti persiani, afghani, eccetera, e ben diversi dalle temperature e dai temperamenti della realtà persiana, rovesciata dalle dittature. I riferimenti alla comunicazione trovano una valenza forte nel personaggio del sordomuto, un personaggio ricorrente in tutti i suoi romanzi. Sappiamo che da piccolo l’autore aveva inventato un linguaggio per comunicare con il padre sordomuto, allo stesso modo, in questo romanzo, il protagonista Memed ha un suo codice per comunicare con la figlia, la piccola sordomuta.
Kader Abdolah adulto, migrante e scrittore è ancora un mediatore, non ha bisogno di un traduttore per rivolgersi agli olandesi, scrive direttamente in nederlandese. Una risposta piuttosto eloquente al problema dell’integrazione e dell’interazione pacifica.

Dori Agrosì

Dori Agrosì (1970), è traduttrice letteraria dal francese. Ha vissuto a Bruxelles fino al 1991. Dopo la laurea in Traduzione presso la Scuola per Interpreti e Traduttori dell'Università degli Studi di Trieste ha conseguito un Master in Comunicazione e Media presso l'Università degli Studi di Firenze. Nel 2004 ha fondato la rivista online di traduzione letteraria «La Nota del Traduttore» con l'obiettivo di dare visibilità ai traduttori editoriali e al mestiere di tradurre.