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ROMANZO

Una primavera difficile
di: Boris Pahor / editore: La Nave di Teseo, 2016
traduttore: Mirella Urdih Merkù - Traduzione dallo sloveno


pag. 1 Nota del Traduttore. Una primavera difficile

Il nome Boris Pahor fa parte da sempre del mio mondo. Da quando nel 1947 scopersi nella biblioteca di casa quel libro giallo e azzurro che conteneva la sua prima raccolta di novelle, Moj tržaški naslov (Il mio indirizzo di Trieste). Parecchi anni più tardi, quando ormai lo conoscevo di persona, mi si presentò l’occasione di tradurlo: alla fine degli anni ’80, venutogli a mancare un traduttore per la sua rivista Zaliv (Il golfo), lo trassi d’impaccio traducendo in sloveno alcune pagine del diario di guerra di Ezio Martin. Ricevetti addirittura un’entusiastica lettera di ringraziamento da parte dell’autore, sosteneva che alcuni passi della mia traduzione fossero più riusciti della sua stessa scrittura, cosa che mi fece perseverare su questa strada.
Venuta a sapere del grande successo che i libri di Pahor stavano riscuotendo in Francia, fui tentata di tradurlo in tedesco. Per non sbagliare affrontai il suo lavoro più importante e non certo il più semplice, Necropoli, che diventò ben presto quasi il compito della mia vita. Iniziativa che mi ha procurato numerose gratificazioni. Innanzitutto, quaranta recensioni nell’arco di un anno e mezzo, sui più importanti giornali tedeschi; nel 2002 il premio all'autore da parte dell’emittente tedesca WDR per il miglior libro dell’anno precedente; e nello stesso anno Boris Pahor venne invitato al Poetenfest di Erlagen, come ospite d’onore.
Nel 1999, Nicolodi volle pubblicare le novelle di Pahor. Qualcuna era già in italiano, ma non bastava. Di buon grado ne tradussi nove per integrare quello che nel 2000 sarebbe diventato Il rogo nel porto. In occasione dell’ottantesimo genetliaco di Pahor, la slavista e ottima conoscitrice dell’autore, Zora Tavčar, sostenne che proprio quelle novelle sarebbero state adatte per farlo conoscere all’estero, le tradussi perciò parallelamente anche in tedesco, e uscirono nel 2004 sotto Blumen für einen Aussätzigen (Fiori per un lebbroso), nel 2005 il romanzo, Die Stadt in der Bucht (La città sul golfo).
Tradurre Pahor, vivendo all’estero, mi fa rivivere l’atmosfera di casa nostra, mi fa rivedere vie e sobborghi della nostra città come forse non esistono più. E mi porta a capire la generazione dei miei genitori nonché i problemi che assillavano la nostra gente. La questione dell’identità è una cosa che in un certo senso ci accomuna. L’entrata in vigore della legge Gentile privò Pahor della sua identità slovena causandogli, insieme all’incendio della Casa di cultura slovena, lo shock che l’avrebbe segnato per tutta la vita, come descrive magistralmente nella novella Il naufragio. Io invece trovai la mia vera identità appena con il ripristino delle scuole slovene dopo la guerra.
Quando mi fu proposto di tradurre Una primavera difficile, ero incerta se accettare, in parte perché mi stavo appena riprendendo da una spiacevole labirintite che mi aveva fatto penare non poco, in parte perché mi spaventava la mole di lavoro da espletare in meno di un anno. Avevo difatti in mano la prima edizione originale, di un buon terzo più lunga della seconda che andava in effetti tradotta. Dunque senza perdere tempo a leggere il romanzo – che però conoscevo per sommi capi, perché su richiesta dell’autore avevo già rivisto anni addietro le bozze della versione tedesca e avevo pure visto la riduzione teatrale – mi sedetti al computer e cominciai a tradurre, suddividendo il testo in dieci parti. Con questo stratagemma conservo la curiosità di sapere come va a finire, il che mi aiuta a raggiungere per tappe la meta finale, a volte – come in questo caso – con un certo anticipo sul termine previsto.

Mirella Urdih Merkù


[15-dic-2016]


pag. 2 Articolo di Corrado Premuda, scrittore e giornalista

È un lungo viaggio doloroso quello di Radko Suban, dall’inferno dei lager nazisti e dal mondo dei morti alla vita che persiste, inesorabile e pulsante, anche dopo l’orrore del secondo conflitto mondiale. Radko è, in questo romanzo, il principale portavoce di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena, che ha vissuto sulla propria pelle la drammatica esperienza della repressione degli sloveni da parte del regime fascista e la deportazione nei campi di concentramento nazisti come prigioniero politico. Già sul treno che lo conduce a Parigi, il reduce osserva con stupore che la vita dei “veri uomini” è continuata durante la sua assenza e per le strade della città, in un maggio assolato, tra la folla, il cuore torna a palpitargli come quello di un annegato che si è solo assopito. Il suo corpo e il suo spirito hanno bisogno di cura e di riposo e nel sanatorio immerso nel bosco Radko può lasciarsi andare al flusso dei suoi pensieri e considerare, infine, come un’unica irrimediabile perdita, la tragica fine di Mija, la sua amata, e l’immagine di Trieste – la sua città – ancora contesa da poteri politici opposti. Nella clinica conosce Arlette, un’infermiera bionda dal bel portamento, i modi quasi da bambina e i piccoli piedi con una vita propria: tra i due, completamente diversi uno dall’altra, nasce un complesso rapporto. Infatti il passare imprevisto dal silenzio alla conversazione dà a Radko una strana eccitazione, come per un geloso attaccamento al mondo da cui è scampato: “Chiunque abbia dormito con la morte si abitua pian piano a scaldarsi al suo forno.” Con Arlette si trasforma da solitario a loquace e lei gli dona il calore umano che aveva dimenticato; ma a tratti lui desidera solo tornare nell’atmosfera di quel mondo dannato per conservare la sua individualità. È quasi un senso di colpa quello che prova: mentre ascolta alla radio i nomi dei dispersi si sente come un criminale. Gli manca Trieste, la città di cui parla il mondo intero, ma lui cerca la pace e istintivamente ritarda il più possibile il momento del ritorno. Dopo aver baciato Arlette nel frutteto, capisce che solo lei riesce a stanarlo dal torpore in favore della vita.
Attraverso la fisicità dell’amore, il protagonista si scopre essere un cittadino del mondo, proprio di quel mondo che la gente del dopoguerra sta faticosamente ricostruendo e che anche lui, appena pronto, aiuterà a costruire. Per Pahor la donna, con la sua forza e la sua capacità di reagire, porta allo scoperto nell’uomo il senso della vita che si contrappone al ricordo della morte e della guerra, attività specificamente maschile. Quella del protagonista è una definitiva e sofferta presa di coscienza: lui appartiene al mondo dei vivi e la sola maniera per sfuggire il peso del pensiero di tutti quelli che ha visto morire è raccontare quelle atrocità. Qui l’adesione tra il personaggio e Pahor stesso è totale: Radko comincia ad annotare gli eventi terribili di cui è stato testimone e lo scrittore fa lo stesso scrivendo i suoi romanzi. Mescolando sentimenti e impegno civile e mantenendo un proprio rigore anche di fronte a certi passaggi a rischio di retorica, Pahor costruisce un romanzo molto personale che riesce ad essere universale, una vicenda che attraverso due protagonisti forti e credibili, dalla grande umanità, allestisce una storia d’amore che rifiorisce come la natura a primavera nel vuoto buio e silenzioso del mondo europeo distrutto.

Corrado Premuda
, (Trieste, 1974), scrittore e giornalista, è autore di narrativa, saggi, testi teatrali e radiofonici, cataloghi d'arte. Tra i suoi libri, “Un pittore di nome Leonor” (Editoriale Scienza – Giunti), “Felici e contente” (Luglio Editore) e “Sazrijevanje” (il romanzo “Prematurità” uscito tradotto in croato per l'editore Antibarbarus di Zagabria). È presente in antologie (Newton Compton, Mobydick, Edit) e in riviste, uscite anche in Austria, Croazia, Slovenia e USA. Si occupa da anni dell'artista Leonor Fini di cui ha tradotto dal francese il romanzo “Murmur. Fiaba per bambini pelosi” (Edizioni Arcoiris) e sulla cui figura ha realizzato con Giampaolo Penco il documentario “Mais où est Leonor?” (Trieste Contemporanea – Videoest) acquisito dal Centre Pompidou di Parigi. Ha scritto testi teatrali (Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia) e radiofonici (Radio Capodistria). Nel 2014 è stato ospitato per un mese in residenza nella Casa degli Scrittori di Pisino in Croazia. Come giornalista, dopo aver lavorato nella redazione milanese del quotidiano la Repubblica, collabora con diverse testate tra cui Il Piccolo di Trieste. Affianca alla scrittura l’attività didattica (scuole superiori, collaborazioni con l’Accademia di Belle Arti di Macerata e l’Università di Malta) e tiene corsi di scrittura creativa per adulti e per bambini. Il suo sito web è www.corradopremuda.com.
(foto di Matteo  Antonante)

[15-dic-2016]