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ROMANZO

La donna dal taccuino rosso
di: Antoine Laurain / editore: Einaudi, 2016
traduttore: Margherita Botto - Traduzione dal francese


pag. 1 La donna dal taccuino rosso - Nota del Traduttore

Per il lettore, o piuttosto per la lettrice, trattandosi di un romanzo fatto apposta per affascinare il pubblico femminile, dedicare qualche ora a La donna dal taccuino rosso è come concedersi una piacevole vacanza dalla dura realtà, senza tuttavia smarrire i punti di riferimento di una quotidianità che, apparentemente, ha tutte le caratteristiche della nostra. E questa è anche l’esperienza prima della traduttrice. Esperienza che del resto sto di nuovo vivendo, sia pure in una chiave diversa, mentre traduco l’ultimo libro di Antoine Laurain, Rapsodie française, che sarà pubblicato sempre da Einaudi.
Nell’universo romanzesco creato da Laurain i giovani broker rinunciano alla loro remunerativa ma odiosa professione per diventare librai, le librerie indipendenti hanno un «buon fatturato», i coniugi divorziati mantengono rapporti civilissimi, i figli liceali sono, sì, irrispettosi e un po’ saccenti, ma anche empatici e collaborativi. Non mancano, nel ruolo di silenziosi numi tutelari, due gatti, il gentile Belphagor e il truce e gigantesco Putin. Ma soprattutto, alla fine, l’amore trionfa. Un pizzico di «favoloso mondo di Amélie» e un pizzico di «Lubitsch touch». Laurain ha il dono di scegliere gli ingredienti giusti e combinarli in un intreccio dove «il gioco dell’amore e del caso» conduce, fra malinconia e umorismo, alla conclusione più felice e consolatoria, di cui Dio sa quanto oggi abbiamo assoluto bisogno, almeno per un momento. Persino la copertina del volume, nell’edizione italiana, con la deliziosa immagine di una ragazza in abito rosso a pallini bianchi, di foggia vagamente anni Cinquanta, contribuisce a creare un’atmosfera di piacevole attesa e di garbato enigma.
Ma per il traduttore la sfida consiste proprio nel rendere la grazia, la leggerezza e l’arguzia della scrittura di Laurain: qualità tutte francesi, maturate nel corso di secoli e qui aggiornate all’epoca delle mail e degli esfolianti biologici per il viso. Raffinatezza intellettuale ma divieto assoluto di pedanteria, magniloquenza, supponenza: la regola aurea dei salotti parigini dal Seicento in poi, ma declinata in chiave minore, e con ironia. Il romanzo è disseminato di nascoste o esplicite allusioni letterarie, niente affatto scontate, la nozione di «nostalgia del possibile» formulata dal nostro Antonio Tabucchi, e un grandissimo scrittore come Patrick Modiano, ingiustamente troppo poco letto in Italia, compare addirittura come personaggio, determinante, della vicenda. La sfida è dunque, più ancora che linguistica e stilistica, culturale: trasmettere, finché è possibile, un’atmosfera così indefettibilmente francese a un pubblico che di quella cultura sa sempre meno (oggi persino lo slogan della Renault è «Passion for life»!). Una sfida che a volte è impossibile vincere. Citerò un solo esempio, scelto di proposito fra quelli più banali: il pot-au-feu, che viene cucinato dal protagonista alla figlia adolescente, dietro sua imperiosa richiesta, ed è oggetto dell’unica conversazione telefonica fra i due genitori, divorziati e ormai lontani anni luce per scelte e stili di vita, che si consultano su quanti chiodi di garofano richieda la ricetta. Il pot-au-feu è un semplice lesso, di carne e verdure, e così l’ho tradotto, dopo molte esitazioni e con la perfetta consapevolezza di cancellare un indizio culturale importante: lasciare il termine in lingua originale, anche se il lettore potrebbe documentarsi con facilità su Internet, avrebbe conferito un’aura un po’ esotica, e forse addirittura una patina di raffinatezza, a qualcosa che rimanda invece alle radici più profonde dell’identità francese, rurale e piccolo borghese, e a un culto della tradizione che Laurain sa coniugare senza sforzo apparente con la più effimera contemporaneità. Nel suo mondo così rassicurante la violenza del conflitto irakeno in cui viene ucciso il marito della misteriosa protagonista si stempera nel paziente lavoro delle sue mani di doratrice, che restaurano con migliaia e migliaia di foglie d’oro la cupola degli Invalides, e la cupola degli Invalides convive armoniosamente con le sneakers Converse. La ricetta di questa armonia sembra facile, come quella del perfetto pot-au-feu, ma è invece frutto di un sapientissimo dosaggio che è il segreto della sua scrittura.

Margherita Botto




pag. 2 Margherita Botto, la traduttrice

Margherita Botto, vive a Milano. Ha insegnato Lingua e letteratura francese in varie università e dalla fine degli anni Settanta si è dedicata alla traduzione dapprima di saggistica e quindi di narrativa dal francese, con particolare attenzione per autori come F. Braudel, M. Fumaroli, A. Dumas, F. Vargas, G. Leroy, E. Carrère e J. Littell.



pag. 3 Articolo di Ugo Vicic

Scrivere un libro partendo dall’universo contenuto nella borsetta di una donna può essere un’operazione rischiosa.
Anche perché il concetto stesso di borsetta/universo rientra nella fastidiosa serie di luoghi comuni presenti nell’immaginario collettivo.
Antoine Laurain però riesce a gestire assai bene l’azzardo e vince la sfida architettando una storia che scorre fluida, leggera e a suo modo originale; e, ciò che più conta, riesce ad agganciare il lettore.
Infatti, ci si ritrova a seguire con interesse e curiosità le peripezie, del tutto tranquille e rassicuranti, dell’onesto Laurent (che ha trovato ed esplorato la famosa borsetta) come assistendo a un buon film francese proiettato in un cinema d’essai.
Pagina, o meglio sequenza dopo sequenza, siamo sempre più coinvolti e ci sentiamo affascinati dalla lievità e simpatia di questo racconto dichiaratamente romantico, dove il quotidiano rivela inaspettati punti di vista che lo rendono quasi inedito.
E tiene banco la solita borsetta, che ormai abbiamo accettato e alla quale, dopo l’iniziale sorriso di condiscendenza, accordiamo peso, statura e dignità di personaggio.
Forse non tutti i personaggi del libro convincono, come l’amico Pascal, sempre a caccia di avventure sessuali su internet, e la figlia di Laurent, adolescente un po’ troppo tipica, che vorrebbe far passare il proprio genitore per un amante.
Colpe veniali, come i discorsi diretti privi della necessaria punteggiatura e spaziatura (a volte non si capisce proprio chi parli e chi risponda) e l’eccessiva presenza di marche famose, a scopo sfacciatamente pubblicitario.
Tra i meriti dell’autore, oltre alla già citata fluidità di scrittura, va senz’altro rimarcata la capacità di farsi leggere utilizzando gli elementi più semplici e comuni: la casa di Laure, i suoi oggetti più amati, il suo gatto, i libri del negozio di Laurent che, guarda caso, fa proprio il libraio e nel fervore della caccia alla proprietaria della borsetta trova anche il coraggio di appostarsi per strada e di fermare un celebrato scrittore, la cui dedica appare in un libro di Laure.
Quindi nella vicenda fa capolino anche qualche sfumatura gialla.
Una lettura rilassante, all’insegna della leggerezza.

Ugo Vicic

Ugo Vicic, è nato nella città della bora, della nostalgia cronica, delle contraddizioni, dove gli opposti finiscono col generare uno strano equilibrio. Ama l’ironia, il senso del grottesco, lo spirito visionario, il piacere del mistero, i colpi di scena. Scrive per lettori di ogni età. La sua ambizione è di accontentarli tutti. È stato insegnante elementare, animatore teatrale e attore, principalmente radiofonico. Per la radio ha scritto racconti e sceneggiature; per il teatro drammi, commedie e molti monologhi. I suoi libri più recenti: Mitiche invenzioni grandi trovate, La vendetta delle bestiazze, Assassinio a Creta, Il caso Brankaneve, Crepi la paura! È presente nell’antologia Io, io…e gli altri? sui diritti dei bambini. Collabora con i giornalini Popotus e Giulio Coniglio.