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ROMANZO

Gli ultimi giorni di Smokey Nelson
di: Catherine Mavrikakis / editore: Keller, 2016
traduttore: Silvia Turato - Traduzione dal francese (Canada)


pag. 1 Gli ultimi giorni di Smokey Nelson - Nota del Traduttore

Il fatto. Perché un fatto c'è, ed è avvenuto vent'anni prima. Un omicidio terribile, in cui un'intera famiglia, mamma, papà e due bambini ancora piccoli, è stata trucidata nella sua camera d'albergo alla periferia di Atlanta da Smokey Nelson. Un fatto di cronaca, che ha occupato i giornali fino a spegnersi e venire dimenticato. Come anche ci si è scordati di quell'uomo, poco più che un ragazzo, che da allora aspetta nel braccio della morte che arrivi la sua condanna.
L'America nel frattempo ha conosciuto il passare del tempo, l'uragano Katrina, la crisi economica, il suo primo presidente nero. L'oscillazione di speranze e disperazione, in quello che in fondo è il dondolio tipico della vita.
Per tre persone però da allora niente è stato più come prima. L'altalena si è fermata e stanno seduti sul pianale ad aspettare che qualcosa avvenga. Sono voci dell'emarginazione quelle che prendono la parola, in un capitolo dopo l'altro, lasciando a Smokey il compito di mettere un punto alla storia e di concludere con le sue parole le vicende e il libro.
Se è vero allora che un traduttore deve mettere il proprio orecchio al servizio dell'autore, questo romanzo ha richiesto di farlo vibrare più volte e in modo diverso. Si tratta non solo di accorgimenti stilistici molto marcati, segnati dal passaggio dalle cadenze sincopate e dalle brusche accelerate di Sydney, alle comode e pacate narrazioni nell'afa del Sud di Pearl, fino a elegiaci voli verso il cielo nei dialoghi di Ray con Dio. In modo più profondo sono proprio voci diverse, mondi diversi, lingue diverse.
Ci sono autori che sornioni offrono un testo dalla lettura semplice, che scivolano come acqua nell'orecchio e si rivelano difficili proprio nella restituzione di quella semplicità. Come assistere a una danza, dove il volteggiare di un braccio ha l'apparenza di un movimento facile da riprodurre e impossibile da replicare proprio così. Altri autori invece si presentano nella loro difficoltà, ma seguendoli passo passo e abbandonandosi alle loro indicazioni combaciano perfettamente con la scrittura che ne esce nel nostro italiano. Di alcuni invece le difficoltà annunciate rimangono presenti dall'inizio alla fine. Questo è il caso di Catherine Mavrikakis. Spaventata da Sydney Blanchard, ho iniziato dalla voce che mi sembrava meno insidiosa, quella di Pearl Watanabe, che nella lettura sostiene la narrazione, offrendo quasi da sola lo svolgersi della vicenda. Poi mi sono concentrata su quella di Ray Ryan. Per farlo ho ripescato nella mia infanzia, nel mio passato un po' inquietante di integralista cattolica, quando le domeniche andavo alla messa e il pomeriggio al catechismo. Mi sono divertita un mondo a recuperare quel linguaggio del rito che tanto mi aveva affascinato da bambina. Ma rimaneva ancora Sydney, a guardarmi in cagnesco e chiedermi “ce la farai?”. E soprattutto: “come lo farai?”.
Il pensiero di Sydney è come un sacchetto di biglie rovesciato su un piano un poco inclinato, che rotolano giù in una discesa inarrestabile. Sorpassi, sgambetti e accavallamenti. Da seguire in una rincorsa continua. Un monologo politicamente scorretto, al volante della Lincoln Continental del '66 e in compagnia di Betsy, la cagnona bianca che risponde col suo ronfare agli insulti che Sydney rivolge a “tutto il popolo dei mandarini”. Ho deciso di sedermi allora sulla mia Panda gialla, lasciarmi invadere dalla rabbia di un idiota che mi blocca il passaggio e farmi assalire dalla frustrazione di Sydney. E semplicemente, iniziare a tradurre una pagina. “Una parola dopo l'altra”, come dice Stephen King per la scrittura. Una parola dopo l'altra, ho restituito voce a Sydney. E ai fiati di Ray, al pianoforte di Pearl, si è aggiunta la chitarra elettrica e rutilante che mancava.

Silvia Turato





pag. 2 Silvia Turato, la traduttrice

Silvia Turato è nata a Vicenza, ma la sua scrivania è ora tra le montagne trentine. Lavora nell’editoria dal 2008, saltellando tra i diversi mestieri del libro. Traduce con grande passione dal francese e si occupa della comunicazione per la Keller editore. Tra i libri tradotti di recente Chiederò perdono ai sogni di Sorj Chalandon.



pag. 3 Articolo di Giovanni Maria Pedrani

Chi è Smokey Nelson?
Smokey Nelson è un condannato a morte che sta per essere giustiziato. Diciannove anni prima, nel 1989, l’uomo uccide un’intera famiglia, che aveva preso una stanza in un motel. Madre, padre e due bambini orrendamente trucidati.
In tutta questa storia ci sono tre protagonisti.
Sydney Blanchard è l’uomo che inizialmente viene ingiustamente accusato dell’omicidio. Anch’egli di colore, stessa età, stessa zona di residenza. Pearl Watanabe è la donna che aveva riconosciuto l’assassino all’uscita dall’albergo. Aveva scambiato con lui amichevolmente qualche parola, rimanendone quasi infatuata. Ray Ryan è il padre della donna ammazzata insieme al genero e ai due nipotini.
Sydney, Pearl e Ray condividono lo stesso destino dell’uomo, che ha rubato loro gli ultimi vent’anni di vita. Il libro non si dovrebbe intitolare solo “gli ultimi giorni di Smokey Nelson”, ma “gli ultimi giorni di Blanchard, Watanabe e Ryan”. Perché mentre il condannato a morte, come spiega lui stesso, pur in terza persona, ha avuto tempo di prepararsi all’esecuzione, non è accaduto lo stesso agli altri tre protagonisti, i quali catalizzano tutti gli ingredienti del dramma, proprio in prossimità dell’applicazione della pena capitale.
Il libro non è un thriller, anche se da un sottogenere di questa categoria, il noir, recupera una fondamentale prerogativa. Il romanzo lascia l’amaro in bocca. Non finisce bene. Ci sono tanti interrogativi aperti e soprattutto si percepisce che davvero: giustizia “non” è stata fatta!
Smokey Nelson è davvero colpevole. È persino reo confesso. Non ci sono un’indagine o un colpo di scena che rivelino il contrario. È il senso della morte e del suo cammino per giungerci, che sono messi dolorosamente in discussione.
E così il libro diventa una trilogia di storie, legate dal cordone ombelicale della vicenda di Smokey, il quale, nell’economia del romanzo, sembra avere paradossalmente il “ruolo attivo” minore. In quei diciannove anni lui ha studiato per capire gli effetti della sedia elettrica sul condannato e poi quelli dell’iniezione letale, quando era stato vietato arrostire i carcerati. Egli ha interagito solo con gli avvocati e con i parenti, i ricordi sono stati attenuati dalla monotonia del carcere, mentre fuori il mondo cambiava completamente.
L’autrice usa alcune tecniche letterarie particolari, sfruttate in opere narrative di tanti autori, e qui aggregate in un’unica collezione.
La prima è l’espediente di raccontare da vari punti di vista. L’opera è guardata da tre inquadrature distinte (Sydney, Pearl e Ray), che si passano la palla a turno, complessivamente per tre volte nell’evoluzione della storia, sino all’epilogo, dove la telecamera entra nel penitenziario e segue i pensieri di Smokey.
La seconda tecnica narrativa è la modalità espressiva differente, calibrata sul singolo protagonista. Sydney nel suo viaggio da Seattle a New Orleans parla in prima persona alla sua cagnona in auto con lui. È sboccato, arrabbiato, incattivito col mondo. Egli, vittima del razzismo in quanto nero, è a sua volta intollerante nei confronti dei cinesi. La storia di Pearl, invece, ha un’evoluzione più tradizionale. La terza persona, che segue il punto di vista della protagonista dello spezzone, riesce a interpretare anche i pensieri e le emozioni della figlia e di altri protagonisti, come un narrante onnisciente. Il punto di vista più originale è quello di Ray. La bocca che parla è quella di Dio. Ma non il Signore misericordioso che vede tutti gli uomini uguali e promette il perdono a chi si pente. È la voce tuonante e severa che sentono quegli uomini del Sud che impiccano i neri e che essi attribuiscono a Dio, di cui loro sono la mano vendicatrice.
Un altro espediente curioso è la costruzione delle storie dei protagonisti. I pensieri volano e si sviluppano allacciandosi l’un l’altro, sorretti da sensazioni, ricordi, eventi apparentemente insignificanti che li ispirano. Si naviga senza bussola, lasciando che i brandelli si ricompongano poco per volta nella mente del lettore.
Se il genere non piace, c’è il rischio che l’effetto risulti stucchevole. Anche perché le frasi spesso articolate, con più subordinate, l’assenza pressoché totale di dialoghi, persino la sporadicità con cui il periodo complessivo si chiude in un liberatorio “a capo”, producono uno stordimento nel lettore di proustiana memoria.
Chatherine Mavrikakis è una professoressa di letteratura del Québec. Scrive in francese. In questo risiede una delle curiosità principali. L’autrice è impregnata della cultura statunitense e riesce a raccontare eventi made in USA con straordinaria credibilità. Ma lo spirito narrativo è proprio della lingua originale.
“Gli ultimi giorni di Smokey Nelson” è un romanzo essenzialmente sociale e politico.
Già il filone conduttore di tutto il romanzo è fondamentale. L’idea è costruita sulla condanna a morte. Uno dei temi che fanno più riflettere l’umanità.
Ma anche tutto il resto del romanzo è una collana di argomenti che porta a galla le tante contraddizioni del Paese più potente del mondo. Prima fra tutte lo spirito degli Stati del Sud (l’Alabama, la Georgia, la Louisiana, il Mississippi, ecc.). I conflitti razziali passano anche attraverso gli effetti dell’uragano Katrina, che ha misteriosamente sterminato i neri salvando i bianchi, e l’ascesa di Obama, una speranza per i primi, ma un pericolo per chi ha fatto della purezza della propria razza un credo. Pensieri, convinzioni, comportamenti, derivano dalla cultura e dalle tradizioni di chi parla in quel momento. Tutti gli USA sono dentro questo libro, persino le Hawaii (rifugio di Pearl), con gli stereotipi che le accompagnano.
Credo che l’errore più grande nell’accostarsi alla lettura di questo libro sia volerlo associare a un particolare genere. Ho letto “gli ultimi giorni di Smokey Nelson” riconoscendo nell’opera un interessante esperimento letterario. I componenti essenziali non sono magari tutti originali, ma con i semplici mattoni si possono costruire tutte le case che la fantasia suggerisce.
Il romanzo di Chatherine Mavrikakis è un dipinto moderno frammentato in mille messaggi. L’arte contemporanea richiede il giusto impegno per ricomporre i pezzi e cogliere il quadro d’insieme.

Giovanni Maria Pedrani

Giovanni Maria Pedrani, è uno scrittore e ingegnere italiano. Autore di romanzi thriller e racconti di vario genere (giallo, noir, fantascienza, grottesco, umorismo, favole). È direttore editoriale delle edizioni Il Ciliegio.