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ROMANZO

I gatti non hanno nome
di: Rita Indiana / editore: NNEditore, 2016
traduttore: Vittoria Martinetto - Traduzione dallo spagnolo (Santo Domingo)


pag. 1 I gatti non hanno nome - Nota del Traduttore

Questo l’ho già detto altrove, e confesso che mi copio e incollo, perché c’entra con il fatto che Eugenia, la mia umanissima editrice, mi chiede di uscire allo scoperto: «Scrivo in prima persona perché, malgrado l’invisibilità che per un traduttore è regola, paradossalmente non c’è niente di più visibile che esporsi esprimendo con le proprie parole quelle che qualcun altro ha scelto ad arte per comunicare storie e idee. Poi, mettere il proprio nome accanto al suo, firmando, come un impostore, qualcosa che i lettori attribuiranno all’autore e solo a lui, nella maggior parte dei casi ignorando perfino l’idea di una versione originale. Provate a chiedere in giro». Ora, con NN almeno la parte dove dico che molti ignoreranno perfino l’esistenza di una versione originale non vale più perché, unico nel suo genere in questo paese dove perfino i recensori di libri ne dimenticano allegramente l’esistenza, chiede proprio al traduttore di avere anche una specie di faccia senza la maschera degli autori che traduce, e dire un po’ la sua, a ruota libera.
E allora veniamo alla nostra Rita Indiana che avete appena finito di leggere: vi siete accorti che era un romanzo e non una voce che raccontava? Se non ve ne siete accorti ve lo dico io: era un romanzo. Perché si fa presto a dire colloquiale. Il colloquiale è la narrazione più studiata e costruita che esista per poter apparire naturale come se si stesse ascoltando una voce. Provate a trascrivere un dialogo registrato: suona che più artificiale non si può. Altrimenti saremmo tutti Hemingway, che nei dialoghi non lo batteva nessuno. È lì che il traduttore investe le ore: a ricreare anche lui, nella lingua d’arrivo, cotanta naturalezza. Adesso la sparo grossa, ma ho l’impressione che sia mille volte più facile, chessò, tradurre Dickens, anche se ti consumi le dita sul dizionario, che non questi romanzi concisi, apparentemente laconici, quasi elementari, che quando dai loro una prima occhiata ti sembrano facili. Hai tempo per ricrederti.
Più che parlare del mio incontro con Indiana in qualità di traduttrice, vorrei farlo come lettrice, che è quello che in fondo, anzi in principio, siamo tutti, richiamando la vostra attenzione su alcune meraviglie che spuntano come inattese infiorescenze da un racconto volutamente piano, giocato sul registro dello straniamento. Sono quelle immagini, similitudini e aggettivazioni così sorprendenti che poi, mentre uno traduce, si ferma e se le rigira in bocca come deliziose caramelle, compiacendosi di essere riuscito a restituirle senza danno nella propria lingua. Sì, lo so che lo avete appena letto, ma vediamo se sono rimaste impresse anche a voi: “Momò era la più brutta. Con un naso dove si sarebbero potute parcheggiare due carriole e una Honda 70”; “certi occhiali da sole dietro ai quali si sarebbe potuto nascondere un ippopotamo”; “e disse il nome di mio zio masticando petali di rosa”; “sulla sua dentatura bianchissima si sarebbe potuto appendere un cartellone pubblicitario”; “ci fece ridere come due scoiattoli che avessero preso la scossa”; “era così bella che per strada gli uomini le disegnavano fiori nell’aria con la bocca”; “il sassofono suona come un elefante che scende per lo scarico di un gabinetto a cento chilometri all’ora”; “estirpò da Marlene i cinque pappagalli gonorroici che le occupavano la mente”; “appoggiò il capo sulla sua spalla e per un istante le fusa del frigorifero intonarono un bolero di quelli vecchi che parlano di palme e di sentieri”; “con un cuore enorme ma di pietra, sul quale i nomi della gente cui si affezionava restavano incisi per sempre, ma tutti gli altri, me compresa, rimbalzavamo sul freddo granito con un rumorino di biglie rotte”; “lui sorrise e lì dentro c’era tanto spazio che mi venne voglia di traslocare nella sua bocca”…
Metafore degne di Rita Indiana, sì proprio lei. C’è una perversa soddisfazione quando non si trovano paragoni che calzino del tutto e ci piace fantasticare che l’autore sia magari il primo di un canone che nel suo universo letterario non c’è ancora. O meglio: di un canone bric à brac, messo insieme con frammenti, e talvolta macerie, di tradizioni e di maestri ormai un po’ imbalsamati dalla fama o maldestramente imitati. Invece lei, Rita Indiana – e basterebbe il nome – è molto pop, in tutti i sensi, ma soprattutto nel senso della pop art, che esalta e rivisita gli scarti del reale e dell’immaginario. C’è la musica lì dentro – con nomi e cognomi – la pubblicità, la tivù, marche di prodotti del supermercato, enumerazioni caotiche come liste della spesa, il dozzinale, insomma (Manuel Puig). Ma c’è anche il reale meraviglioso caraibico (quindi Alejo Carpentier e, per una volta, non García Márquez), con i suoi piccoli miracoli triviali. Terra a terra e surreale al tempo stesso – basterebbero quelle scritte al neon sulla fronte di Zia Celia – potremmo coniare per Rita Indiana il canone del trash meraviglioso. Che ne dite?
Infine, per riprendere gli abiti del traduttore volevo aggiungere solo una cosetta. Io, in genere, sono per il foregnizing (o come diavolo si scrive), ma la crew di NN – Sarah Bonuomo, Fabio Cremonesi ed Eugenia – ha suggerito il domesticating: avvicinare il testo al lettore, facilitargli le cose quando alcuni termini propri della cultura dell’autore annebbierebbero un po’ il significato di un’intera frase. Hanno sicuramente ragione loro – e non la prof che sono, prestata alla traduzione – perché così non avete dovuto soffermarvi su una parola che non vi diceva granché, ma sappiate, con beneficio di inventario, che i pesci rossi erano tilapias, e l’ostrogoto, papiamento. Ecco, ora potete andarli a cercare sul dizionario.

Vittoria Martinetto





pag. 2 Vittoria Martinetto, la traduttrice

Vittoria Martinetto è professore associato di Lingua e Letterature Ispanoamericane. Nell’ambito dell’area di competenza Vittoria Martinetto si è occupata di letteratura della Scoperta e Conquista (Cronachistica delle Indie, Alvar Nuñez Cabeza de Vaca, Cristoforo Colombo, Bernardino de Sahagún), coloniale (Juana Inés de la Cruz) e di narrativa contemporanea (studi su Alejo Carpentier, García Márquez, Fernando del Paso, Carlos Fuentes, Manuel Puig, María Luisa Bombal, José Emilio Pacheco, Margo Glantz, Mario Bellatin, Anna Kazumi-Stahl, Alejandra Pizarnik). Traduce narrativa dallo spagnolo e dal portoghese e, oltre ai corsi di Lingua e Letterature Ispanoamericane, tiene corsi di Traduzione Letteraria dallo Spagnolo.
Vittoria Martinetto collabora, inoltre, regolarmente con la rivista letteraria L'Indice dei libri del Mese e il supplemento letterario Tuttolibri, La Stampa, per le opere di narrativa spagnola, iberoamericana e portoghese. Traduce per le maggiori case editrici italiane dallo spagnolo, portoghese, inglese e francese.



pag. 3 Articolo di Davide Rubini

Il mondo di una ragazza chiuso in una scatola, quella della clinica di suo zio veterinario in un angolo di Santo Domingo, una scatola da cui partono pochi fili che la legano ad altri angoli della città, che restano intimi, privati. Si arriva fino alla fine del romanzo senza sapere come si chiami questa ragazza, proprio come succede ai gatti che suggeriscono il titolo di questa storia a metà tra il sogno e il delirio, una storia che potrebbe essere raccontata bene solo accettando che le parole altro non siano che colori da combinare in arcobaleni dalle sequenze cromatiche improbabili. Verde, rosso, indaco, giallo, violetto, arancione, blu invece del consueto rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, violetto. Non è possibile decidere cosa capire delle pagine di questo libro. I suoi significati si impongono al di fuori di una logica necessaria e probabilmente leggerlo tre quattro volte porterebbe a scoprire un senso ogni volta diverso perché questo è prima di tutto un romanzo caleidoscopico.
Ne I gatti non hanno nome i personaggi vengono introdotti con la leggerezza di un pettegolezzo non malizioso. Dopo appena poche pagine il lettore ha l’impressione di conoscere da sempre tutta l’allegra famiglia, compreso il gatto senza nome, della protagonista. La prossimità senza filtro con Zia Celia e con Zio Fin, con l’haitiano Radames e con l’amica del cuore Vita consente di cogliere al volo il significato delle sequenze che si svolgono sotto i loro occhi, come se delle loro vite si sia sempre fatto parte. Quella di Rita Indiana è una scrittura essenziale che non ha tempo per le lunghe riflessioni o le larghe descrizioni. È una scrittura che non si concentra sui dettagli che convenzionalmente ad una storia attribuiscono il senso principale, ma si alimenta di pennellate puntiniste à la Félix Fénéon.  
In questa cornice una ragazza scivola dolcemente nella sua follia e finisce per accettarla come un fatto inevitabile, dettato da un destino che la costringe ad essere diversa, prima di tutto dalle altre ragazze di Santo Domingo. La protagonista si avvicina alla propria sessualità a scatti, che la sorprendono quando meno lei se lo aspetta, come fossero i movimenti imprevedibili di un felino. Non è lei a decidere cosa accade nelle sue giornate, ma piuttosto la vita che le succede intorno che di tanto in tanto si affaccia nella clinica di Zio Fin per strapparla ad una noia altrimenti troppo comoda. Tutto intorno ci sono i colori e sapori di Santo Domingo, le sue piccole case colorate e rotte come la dentatura di una povera vecchia che chiede l’elemosina all’angolo di una strada senza rendersi conto che la sua bellezza ormai sfiorita è ancora visibile ad un osservatore attento.
Nella traduzione elegante e fedele di Vittoria Martinetto I gatti non hanno nome offre al lettore un’esperienza che difficilmente si incontra nel panorama letterario europeo o nordamericano. A questo lettore si consiglia di leggere il romanzo nel più breve tempo possibile per abbandonarsi compiutamente alle atmosfere che la sua autrice è capace di confezionare. Questo libro è una pillola di Caraibi in grado di sciogliere la realtà e farci precipitare in un paradiso disordinato e sconclusionato quanto dolce e sensuale.

Davide Rubini
Davide Rubini, Torino, 1979. Vive a Londra dove lavora come esperto di regolazione europea del mercato del gas naturale. È il papà di Kaia. In passato ha pubblicato a quattro mani con Alessandro Fusacchia Niente di personale, Biliki (romanzo) e Avvistamento di pesci rossi in Danimarca, Biliki (romanzo). Poi Un dio di polvere, B&V Editori (romanzo), Dicono le cicogne, B&V Editori (romanzo), Parentesi, B&V Editori (racconti). È tra i fondatori di RENA. Con il suo nuovo romanzo Il fischio finale è nella prima selezione al Premio Strega 2016.