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SAGGIO

Lost in Translation
di: Ella Frances Sanders / editore: Marcos y Marcos, 2016
traduttore: Ilaria Piperno - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Lost in Translation - Nota del Traduttore

Un piccolo antidoto alla Torre di Babele

Quando mi è capitato fra le mani Lost in Translation nell’edizione originale americana ho provato un profondo senso di delizia e smarrimento, come avviene quando ci s’innamora. È stato il regalo di un’amica e, come tutti i regali azzeccati, ha avuto una conseguenza: il desiderio impetuoso di tradurlo, in questo caso. Così, anche grazie alla cordiale disponibilità dell’autrice, mi sono messa alla ricerca di un editore il quale per mia fortuna ha subìto la stessa forma di innamoramento. Lavorare a un libro composto – letteralmente − di sole parole intraducibili incarna un incubo quasi ancestrale per un traduttore, è simultaneamente una punizione, una gioia, una sfida.
Nel suo slalom fra le parole e insieme alla responsabilità per ogni scelta compiuta, ogni traduttore sa che dovrà affrontare l’intraducibile: uno spettro ma anche un amico, con cui si è consapevoli di dover dialogare e fare i conti vis à vis. Schegge di intraducibilità sono disseminate qui e là nei testi con cui i traduttori si sintonizzano, combattono, amoreggiano quotidianamente e la parola intraducibile è il rebus da dover sciogliere sapendo in anticipo che non sarà risolvibile. O, almeno, non completamente.
Il traduttore sperimenta non soltanto la necessità di stanare parole altre per dire – quasi ‒ la stessa cosa ma, ancora prima, quella di immaginare che queste parole esistano. Per questo penso che i traduttori siano i testimoni più attendibili del rispetto e soprattutto della fiducia che si può arrivare ad avere nelle parole e nel linguaggio, soprattutto quando il testo sembra tenacemente rifiutare un adattamento e si cerca una trasposizione che lasci intatto il senso, il profumo, il bagliore di quella precisa parola.
Nella mia assai parziale esperienza ho sempre vissuto il processo traduttivo come un’immersione profonda fra i due poli delle lingue e culture in dialogo; in questo caso e nonostante fosse l’inglese la lingua da tradurre, mi sono “forzatamente” ritrovata in contatto con tutte le culture racchiuse nelle parole di Lost in Translation. Parole che sono minuscole punte di iceberg ad alto tasso di poesia, che si portano dentro i meccanismi di ogni lingua, l’unicità di ogni cultura: le parole composte del tedesco, la peculiarità dello yiddish, la densa esattezza del giapponese, la musicalità dell’arabo. Ogni parola è stata un viaggio verso una cultura differente, verso la sorpresa di sapere che esiste una parola per quel gesto, fatto mille volte da bambino, del raccogliere l’acqua della pioggia fin quando la mano non è colma o l’ammirazione per il popolo che possiede una parola per definire la scia luminosa della luna che si riflette sull’acqua.
Lost in Translation mi ha condotta nelle viscere della diversità linguistica, facendomi però intravedere la possibilità di usarla come rimedio cui attingere quando una parola come Trepverter, Naz o Tsundoku illumina anche per te la possibilità di esprimere rispettivamente una battuta ironica venuta in mente troppo tardi per essere pronunciata (yiddish), la sensazione di orgoglio e sicurezza che deriva dall’essere amati incondizionatamente (urdu) o la pila di libri che abbiamo comprato ma non ancora letto (giapponese). Lost in Translation mi ha permesso di dare un volto dolce all’intraducibilità, è stato un piccolo antidoto al castigo della Torre di Babele, compiendo l’incantesimo di captare una relazione in ciò che prima appariva intrinsecamente isolato e distante.
Una decina d’anni fa a una mia domanda su come definire la poesia un noto poeta replicò che la poesia è la parola intraducibile. Non intendeva certo dire che i testi poetici sono intraducibili, ma che l’essenza stessa della poesia è l’intraducibilità. Da questo punto di vista, tradurre Lost in Translation per me è stato un processo ad alto tasso di poesia, è un libro a cui sono grata per molti motivi, dove ogni parola è una poesia già tradotta dall’autrice stessa anche in immagini che sono rimaste identiche all’edizione originale. Il ruolo delle immagini nel libro è molto forte, tanto che nelle illustrazioni l’autrice ha lei stessa ricreato la traduzione italiana in forma illustrata per questa edizione.
Dopo aver tradotto questo libro credo che una delle infinite ipotesi sulla traduzione, forse, possa essere anche quella che tradurre sia affrontare ed esplorare con rigore, fiducia e un po’ di sana follia proprio l’intraducibile, questa fessura misteriosa e così feconda che ci viene incontro nostro malgrado, tentando di interpretare la diversità linguistica non come una condanna ma come un dono e provando a conservarne intatta tutta la bellezza.

Ilaria Piperno





pag. 2 Ilaria Piperno, la traduttrice

Ilaria Piperno collabora da una decina d’anni con diverse case editrici come lettrice, ufficio diritti e traduttrice. Lost in Translation di Ella F. Sanders, libro che ha proposto alla casa editrice milanese Marcos y Marcos, è la sua decima traduzione. A chi le chiede quale sia la parola che preferisce, risponde ubuntu: per capirne il senso profondo ha dovuto pensare alle due persone a cui è dedicata nel libro.



pag. 3 Articolo di Bruno Osimo

Prima di tutto, se volete apprezzare questa recensione, vi invito alla goya(1) . Quando mi hanno dato da leggere questo libro, sono stato preso da un’ondata di tima (2)  perché mi son detto: ma io nel kalpa(3) non leggo libri illustrati! Mi sono fatto un po’ di cafuné(4)  da solo, mi sono tolto l’orologio che mi ha lasciato il karelu(5) , e ho continuato a passeggiare provando Waldeinsamkeit(6) . Sono un cotisuelto(7)  e non mi va di fare quello che obbedisce agli inviti.
Non sapevo cosa scrivere, allora ho usato il sistema della murr-ma(8)  mentale, perché mi facesse da guida, ma sùbito ‘akihi(9).
Poi ho conosciuto Ilaria, ho provato subito gezellig(10) , speravo di risultarle szimpatikus(11) : tra di noi c’è stato subito tiam(12) ; siccome sono un Luftmensch(13)  e stavo già provando Forelsket(14) , ho desiderato arrivare a sperimentare il naz(15) . Io pensavo che ci fosse mamihlapinatapai(16) . Lei mi ha subito fatto capire che non avevo abbastanza nunchi(17); sul momento non ho reagito, ma poi m’è venuta in mente una trepverter(18); non mi davo per vinto e ho fatto ricorso alla struisvogelpolitiek(19). Sono un Warmduscher(20), ma non fino a questo punto.
Pieno di Resfeber(21) , desideroso di vacilar(22) , mi sono avvicinato al computer color feuillemort(23)  che era a un poronkusema(24)  di distanza e, dopo essermi fatto strada nella Kabelsalat(25) , mi sono accinto a scrivere. Osservando i miei rotoli di Kummerspeck(26) , mi sono abbandonato al boketto(27)  immaginandomi la komorebi(28)  anche se c’era la mångata(29) . Preso dalla sindrome della pagina bianca, ho deciso di farmi una fetta di pane con pålegg(30)  e di versarmi uno scotch triplo, e m’è venuto lo sgrìob(31) . Ho lanciato un’occhiata al mio comodino, pieno di tsundoku(32) , ma non c’era niente da fare: anche per oggi quei libri avrebbero dovuto aspettare. Quando l’effetto dello scotch s’è fatto sentire, mi sono buttato in faccia una gurfa(33)  e mi sono fatto un tretår(34)  per non rischiare di addormentarmi e per sentirmi più ispirato. Poi però in un batter di pisan zapra(35)  m’è venuta in mente questa jugaad(36)  e mi ci sono messo con meraki(37).
Spero che questa mia recensione abbia un po’ di wabi-sabi(38)  perché io ubuntu(39), e mi auguro che non vi abbia fatto razljubit’(40)  del libro in questione, ma siccome sono uno schlimazel(41)  mi sa che non vi piacerà. Vorrà dire che è come un jayus(42). Questo mi riempie di hiraeth(43). Se non avete capito di che libro si tratta, vediamoci per una fika(44): ne parleremo. Ci sarà kilig(45)! Del resto, se non v’è piaciuta, potrei limitarmi a un glas wen(46) e chi s’è visto s’è visto. Se pretendete un samar(47), non sono però disponibile, mi dispiace. Sono sempre qui che iktsuarpok(48) per vedere se qualcuno di voi lettori viene a trovarmi. Nei confronti di Ilaria che ha proposto alla Marcos y Marcos questo libro e l’ha tradotto provo ya’aburnee(49) (non so se mi spiego). Tanto che stasera preparerò una squisita pizza per mia moglie come Drachenfutter(50). Se volete sapere in che lingue sono tutte le parole delle note, e quanto sono belle le illustrazioni, e avere una spiegazione più poetica ed esauriente dei vari lemmi, non vi resta che andare a comprarlo: è un libro bello, ben tradotto, che non invecchia mai.

Bruno Osimo

Bruno Osimo, è nato a Milano nel 1958, è scrittore e teorico della traduzione, docente a contratto di critica della traduzione, teoria della traduzione e storia della traduzione presso vari atenei.
Svolge ricerche nel campo della scienza della traduzione e traduce dall'inglese e dal russo.
È coordinatore del corso di Mediazione Linguistica di Milano Lingue.

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NOTE all'articolo di Bruno Osimo
(1) Sospensione dell’incredulità.
(2) Indisponibilità a investire tempo/denaro.
(3) Passare del tempo cosmologico.
(4) Passare le dita tra i capelli.
(5) Segno sulla pelle.
(6) Piacevole solitudine a contatto con la natura nel bosco.
(7) Uomo che porta la camicia fuori dai pantaloni.
(8) Cercare coi piedi nell’acqua.
(9) Dimenticarsi le istruzioni appena ricevute.
(10) Intimità.
(11) Buona impressione al primo incontro.
(12) Scintillio negli occhi al primo incontro.
(13) Sognatore.
(14) Euforia da innamoramento.
(15) Arroganza data dal sentirsi amati.
(16) Tacita intesa tra due con desiderio comune.
(17) Capacità di capire l’amore.
(18) Risposta che ti viene in mente troppo tardi.
(19) Tattica dello struzzo.
(20) Docciatore tiepido.
(21) Febbre da vigilia di viaggio.
(22) Viaggiare senza meta.
(23) Color giallino.
(24) Distanza che una renna percorre senza pause.
(25) Groviglio di cavi.
(26) Pancetta da fame nervosa.
(27) Lasciar vagare lo sguardo in lontananza.
(28) Luce filtrata dai rami.
(29) Scia della luna nell’acqua.
(30) Spalmabile.
(31) Pizzicore del labbro superiore prima di assaggiare whisky.
(32) Libro comprato ma non ancora letto.
(33) Manata d’acqua.
(34) Tre caffè.
(35) Tempo-banana.
(36) Soluzione rapida molto inventiva.
(37) Fare qualcosa con passione.
(38) Bellezza dell’imperfezione.
(39) Sono io solo attraverso di voi.
(40) Disamorare.
(41) Scacciafortuna.
(42) Barzelletta che non fa ridere.
(43) Nostalgia per luoghi mai esistiti.
(44) Pausa con dolce e caffè.
(45) Farfalle nella pancia.
(46) Sorriso blu.
(47) Veglia fino a tardi per raccontare.
(48) Andare continuamente fuori a vedere se arriva qualcuno.
(49) Speranza che la persona amata ti sopravviva.
(50) Pasto del drago.