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PERSONAGGIO

11 domande a Maria Baiocchi, traduttrice di J. M. Coetzee, Premio Nobel 2003 per la Letteratura
di: Dori Agrosì

Maria Baiocchi è nata a Roma, è laureata in Lettere (tesi di poesia, su Gian Pietro Lucini,  in letteratura italiana  moderna e contemporanea) presso La Sapienza di Roma.
 
1. Come inizia la sua carriera di traduttrice?
La passione per la poesia mi portava a leggere e rileggere i libri (infiniti) che avevo in casa, in particolare ricordo di aver tradotto da bambina, o poco più, Toi et Moi di Paul Géraldy, per cui avevo una vera adorazione. Poi quel libro è scomparso, anche il quadernetto con le mie prime traduzioni, ma la passione per la traduzione è rimasta. È venuto il periodo di un altro francese, Mallarmé, ma lì  la traduzione c'era già, bellissima, di  Luciana Frezza. È  lei che mi ha ispirato, quand'ero ancora al ginnasio, l'ammirazione per una figura così in ombra e così irrinunciabile. Poi la carriera vera e propria (qualcuno che ti paga per fare quello che adori fare!) è iniziata per caso, traducendo piccoli saggi e articoli per riviste storico-antropologiche, certo non era poesia ma era comunque la cosa più vicina a quello che avrei voluto fare.
 
2. Cosa significa per lei aver tradotto un premio Nobel per la Letteratura?
Una grande fortuna e anche un handicap. Se traduci autori come lui dopo vai in crisi di astinenza. Le sue sono sicuramente le pagine più intense che abbia mai tradotto. Quello con Coetzee è stato un incontro strano: l'ho tradotto direttamente dal dattiloscritto di The Master of Petersburg. Ricordo di averci lavorato con furia, per diciassette giorni di fila, in un'immersione dalla quale sono uscita senza fiato. Un  grande. Poi il romanzo, per singolari vicende editoriali - e anche per la passione che ci avevo messo io a tradurlo e l'editore, Donzelli, a farlo uscire subito - vide la luce per la prima volta in italiano e vinse il Premio Mondello. Così ebbi occasione di conoscere l'autore, venuto a ritirare il premio quando il suo libro in inglese doveva ancora uscire.
 
3. Quando legge le recensioni di romanzi che ha tradotto, si sente coinvolta?
Sì, terribilmente.
 
4. E' importante per un traduttore potersi confrontare con l'autore?
Dipende molto dall'autore. Ho avuto un ottimo rapporto con un francese, Bertrand Visage, che dopo aver letto la mia traduzione di Bambini mi scrisse sette pagine fitte di commenti entusiastici. Ho un rapporto di religiosa ammirazione con Coetzee. Ma è raro che entri nel mio lavoro. Non conosco la maggioranza degli autori che ho tradotto. L'autore, per il traduttore/vampiro, è un optional. Basta il suo sangue d'inchiostro.
 
5. Cosa pensa della scarsa visibilità del traduttore? Che è giusto che sia così, anche i vampiri non sono riflessi dagli specchi.
 
6. Crede che citando il nome del traduttore si rischi di fare un torto all'autore?
Chi ha paura del traduttore? Ma no, assolutamente no.
 
7. Quali sono le sue aspettative nella professione del traduttore?
Vorrei continuare a tradurre fiction e magari solo fiction (dei grandi) e poesia. Ma non credo che mi sia dato a questo giro. Per la prossima vita mi organizzerò meglio.
 
 
8. Qual è secondo lei, la cultura letteraria straniera più interessante?
Quella anglofona, grazie alla linfa che le viene dai  più sperduti angoli dell'impero. Ma forse dico così  solo perché è quella che conosco meglio.
 
9. Le piacerebbe che le riviste cartacee di critica letteraria dedicassero uno spazio alla traduzione e ai traduttori?
Mi piacerebbe in primis che le riviste di letteratura fossero più belle, più lette, più vive. Che la letteratura godesse di maggiore circolazione, che fosse discussa, attaccata, osannata, insomma che facesse davvero parte della vita del paese. E con la letteratura certo anche la traduzione.
 
10. C'è un argomento in particolare sulla traduzione per cui vuole spendere qualche parola?
Sì, la grande solitudine del lavoro del traduttore. È una vita popolata di fantasmi. Artisti e scrittori sono soli quando lavorano, ma in qualche modo poi si conoscono, s'incontrano, si guardano, si leggono. I traduttori dovrebbero fare qualcosa per combattere quella solitudine, la rete, oggi, forse, lo permette. Ci vorrebbe una specie di bottega o accademia virtuale. Per fortuna ci sono realtà, come Biblit, che si danno molto da fare in quella direzione e forse anche questo cambierà.
 
11. Può consigliarci una rivista di critica letteraria che ama parlare di traduzione?
Testo a fronte (Marcos y Marcos).
 
Dori Agrosì