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ROMANZO

Tre anni luce / Three Light-Years
di: Andrea Canobbio / editore: Feltrinelli, 2013
traduttore: Traduzione dall'italiano in inglese di Anne Milano Appel


pag. 1 Nota del Traduttore - Traduzione dall'italiano in inglese di Anne Milano Appel

Three Light-YearsTranslating Andrea Canobbio’s Three Light-Years

Every reader knows that some novels are plot driven, others character driven. And then there are the ones that are language driven: the ones where you linger over every word, relishing every nuance, often rereading the sentence you’ve just finished because you want to savor it again. For me Andrea Canobbio’s Three Light-Years (Farrar Straus & Giroux, July 2014) falls into the latter category. The plot matters, of course, and the characters are substantially drawn, but between style and story, style wins hands down. This is not to say that the author engages in explosive pyrotechnics or stylistic acrobatics. Not at all. Canobbio’s language is refined and reserved, always controlled. There is none of the ostentation or extravagance that might appear flamboyant when transported into English. My editor at FSG, who knows Italian, told me that she found translations from the Italian often sounded “over-ripe” in English: “what’s expressive in Italian can read as inappropriately florid in English.” There was no chance of that happening when translating Canobbio’s elegant, restrained prose.

In a sense the language itself, the distanced tone that Canobbio evokes, might be said to be character driven, in that it echoes the reticence and diffidence of the central male figure: Claudio Viberti, the “the shy, reserved internist” whose cautious restraint keeps him from revealing his feelings for Cecilia, a doctor at the same hospital. The two physicians are drawn to one another, yet their mutual attraction, though intense, fails to manifest itself, like a constellation whose lines are yet untraced: their reciprocal wariness causes them to keep their distance. Roberto Ferrucci, in a review in L’Indice dei libri del mese writes: “Canobbio spans these lives with a prose style that reads as plain, without sudden jolts, that seems adapted to the rhythm that the characters of the book give their own lives. But this is only how it reads—because in fact a great deal of skill is needed to maintain such a constant pace and, above all, to also bind the reader to the text, using nothing but the pure force of language.” The beauty and grace of Canobbio’s novel depends heavily on his language: on the “lyrical, patient way he has with words, with metaphor,” as my editor put it.

There is also a luminous clarity and precision to this prose, a meticulous quality. A reviewer of Three Light-Years, Laura Atie writing in Doppiozero, sees Canobbio’s writing as “always minute, precise, able to define with extraordinary skill places (a city with a river which seems to allude to Turin) and moods that are never immediately and completely decipherable to the conscious mind.” Atie further observes that the clarity of the language “intimately recalls the petit pan de mur jaune, the lumen reflected in the convex mirror of a Dutch master.” The reference to Dutch painting is telling: Proust’s “little patch of yellow wall” alludes to an area of Vermeer’s painting “View of Delft,” while the “lumen reflected in the convex mirror” suggests a penchant on the part of the Dutch masters for reflected light, lumen or luster, rather than lux, the natural light and shadow preferred by Renaissance painters. Indeed there has been much debate about whether or not Vermeer used a kind of camera obscura to capture light and detail in his paintings. Canobbio’s reviewer seems to be saying that his style has a lucidity and exactitude that recalls that lumen.

With language in the forefront, how can the translator’s task be anything but a challenge and a delight? The delight of savoring the richness and suggestiveness of the author’s words with their endless possibilities of meaning and the challenge of making them live, transformed, in another language. To borrow Emily Dickinson’s words: “A little overflowing word … As eloquent appears.”    
    
Anne Milano Appel
©2014 All rights reserved

Anne Milano Appel è traduttrice letteraria dall’inglese. Pluripremiata per il suo lavoro, tra cui: Alla cieca, Claudio Magris, L’arte della gioia, Goliarda Sapienza e Il buio e il miele, Giovanni Arpino. Vincitrice del John Florio Prize 2013 for Italian Translation e del Northern California Book Awards Translation Prize for Fiction 2013 e 2014. Tra i libri in corso di pubblicazione le seguenti traduzioni: Tre anni luce di Andrea Canobbio (FSG, luglio 2014) e Il corpo umano di Paolo Giordano (Dorman/Viking, ottobre 2014).
Il suo sito: www.annemilanoappel.com





pag. 2 Nota del Traduttore - articolo di Anne Milano Appel in italiano

Three Light-YearsOgni lettore sa che alcuni romanzi sono scritti secondo una trama guidata, altri lo sono nei personaggi. E altri ancora lo sono nella lingua: per gli autori che edulcorano ogni sfumatura vorremmo allora soffermarci su ogni parola e spesso torniamo a rileggere quella frase che abbiamo appena letto perché vorremmo riassaporarla di nuovo. Tre anni luce di Andrea Canobbio (Feltrinelli, 2013) rientra a mio avviso in quest’ultima categoria. Certo, la trama è importante e la descrizione dei personaggi è notevole, ma tra lo stile e la storia, vince lo stile, senza dubbio. Non voglio dire con questo che l’autore si sia impegnato in giochi pirotecnici o in acrobazie stilistiche. No, assolutamente. La lingua di Canobbio è raffinata e riservata, sempre contenuta. Non c’è la minima ostentazione o stravaganza e niente di sgargiante nella trasposizione in inglese. La mia editor presso Farrar Straus & Giroux conosce l’italiano e mi ha raccontato di traduzioni dall’italiano a volte con troppi orpelli in inglese: “L’espressività in italiano può diventare fiorita e inappropriata in inglese.” Non c’è stata la minima probabilità che questo accadesse nel tradurre la prosa elegante e riservata di Canobbio.

In un certo senso, la lingua in sé, il tono distanziato che Canobbio evoca, potrebbero dare l’impressione che i personaggi siano costruiti, a questo fanno eco la reticenza e diffidenza del protagnista Claudio Viberti, il “timido e riservato internista” per cui la cauta limitazione lo trattiene dal rivelare i propri sentimenti a Cecilia, un medico dello stesso ospedale. I due corpi sono fatti l’uno per l’altra, tuttavia la reciproca attrazione, sebbene intensa, non riesce a manifestarsi, è come una costellazione le cui linee vengono cancellate: la reciproca cautela gli fa mantenere le distanze. Roberto Ferrucci, in un’intervista a L’Indice dei libri del mese scrive: “Canobbio attraversa le vite con una scrittura apparentemente piana, priva di picchi, apparentemente adeguata alla scansione che della propria vita danno i personaggi del libro. Ma solo apparentemente, perché poi ci vuole grande maestria a mantenere costante quell’andatura e, soprattutto, riuscire ugualmente a tenere legato il lettore al testo, attraverso la pura forza della scrittura.” La grazia e la bellezza della prosa di Canobbio pesano molto nella scrittura: la “lirica ha un uso paziente delle parole, delle metafore”, come sostiene la mia editor.

C’è inoltre un’evidente chiarezza e precisione nella sua scrittura, una qualità meticolosa. Il revisore di Three Light-Years, Anna Atie scrive su Doppiozero: “La scrittura di Canobbio è sempre minuta, precisa, atta a definire con straordinaria abilità luoghi (sullo sfondo, una città di fiume la cui dolcezza del profilo sembra alludere a Torino) e stati dell’anima che non si presentano mai immediatamente e completamente decifrabili alla coscienza. La grazia di uno stile ben temperato, e una chiarezza stessa della lingua che ricorda da vicino quel petit pan de mur jaune, il lumen riflesso nello specchio convesso di un maestro olandese.” Il riferimento alla pittura olandese rimanda a Proust con il “petit pan de mur jaune” con cui allude a una tela di Vermeer “Veduta di Delft”, mentre il “lumen riflesso nello specchio convesso” evoca la tecnica dei maestri olandesi nel riflettere la luce, lumen o splendore, piuttosto che lux, la luce naturale e l’ombra preferite dai pittori del Rinascimento. C’è stato in effetti un lungo dibattito sull’uso o meno da parte di Vermeer di una camera oscura per catturare la luce e riportarne il dettaglio sulle tele. Il revisore sembra dire che lo stile di Canobbio ha una lucidità e un’esattezza che rimandano a quel lumen.
Con il testo a fronte, come può il compito del traduttore non diventare una sfida e un diletto? Il diletto di assaporare la ricchezza e la suggestione nelle parole dell’autore con infinite possibilità di senso e la sfida di farle rivivere, trasformate, in un’altra lingua. Come disse Emily Dickinson: A little overflowing word … As eloquent appears. (“Una piccola parola traboccante… Come eloquente appare”).

Anne Milano Appel
©2014 All rights reserved
Traduzione di Dori Agrosì

Anne Milano Appel è traduttrice letteraria dall’inglese. Pluripremiata per il suo lavoro, tra cui: Alla cieca, Claudio Magris, L’arte della gioia, Goliarda Sapienza e Il buio e il miele, Giovanni Arpino. Vincitrice del John Florio Prize 2013 for Italian Translation e del Northern California Book Awards Translation Prize for Fiction 2013 e 2014. Tra i libri in corso di pubblicazione le seguenti traduzioni: Tre anni luce di Andrea Canobbio (FSG, luglio 2014) e Il corpo umano di Paolo Giordano (Dorman/Viking, ottobre 2014). Il suo sito: www.annemilanoappel.com