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MIGRAZIONI

L’attrice di Teheran
di: Nahal Tajadod / editore: Edizioni e/o, 2014
traduttore: Traduzione dal francese di Federica Alba


pag. 1 Nota del Traduttore - Federica Alba

Il libro nasce dall’intento di offrire, attraverso il racconto di una storia individuale, una lettura profonda della società iraniana.
L’incontro fra l’autrice e la giovane attrice Golshifteh Farahani, entrambe iraniane fuggite in Francia, in periodi diversi ma ugualmente drammatici della storia del loro paese, diventa un romanzo a due voci, in cui passato e presente si mescolano di continuo e dove realtà e finzione si alternano nel confronto di due diverse esperienze di esilio.
Il tema del doppio è senz’altro centrale nel romanzo, declinato secondo diverse angolature. Lo sottolineano in esergo una frase di Ingmar Bergman a proposito del film Persona e il disegno di Marjane Satrapi (autrice di Persepolis) sulla copertina della prima edizione francese: due figure femminili che in parte si sovrappongono e si completano reciprocamente. Per le edizioni successive, insolito caso in cui l’originale si dimostra fedele alla traduzione, la casa editrice Albin Michel, facendo leva sulla crescente notorietà di Golshifteh, ha imitato la scelta della nostra E/O, che ha messo in copertina una bellissima foto dell’attrice.
Nel ricostruire le vicende che hanno portato alla comune messa al bando, Nahal Tajadod tenta di misurare la distanza che separa l’Iran della sua infanzia, trascorsa sotto il regime filo-occidentale dello scià, dall’Iran della protagonista, nata e cresciuta nella Repubblica Islamica degli ayatollah. La ragazza descrive una realtà sconosciuta alla scrittrice, una società in grande fermento culturale e politico ma in cui ognuno è costretto a mentire o a nascondere la verità per sopravvivere alle follie di un potere teocratico e repressivo che arriva a vietare la musica, l’espressione artistica, la libertà personale, in particolare alle donne.
In una società in cui tutti indossano una maschera, la figura dell’attore finisce in un certo senso per rappresentare al meglio l’autenticità dell’individuo. La scelta del titolo per l’edizione italiana ha tenuto conto di questo aspetto. L’italiano non dispone di un unico traducente che potesse rendere la pluralità semantica del titolo originale, Elle joue, felice sintesi del carattere e della storia del personaggio, che soprattutto recita, sul set e nella vita, ma suona anche il pianoforte, ama giocare d’azzardo e in senso lato arriva a mettere in gioco tutto, in cambio della propria libertà.
Dal punto di vista della traduzione, la costante presenza di riferimenti alla lingua e alla cultura persiana ha richiesto un notevole sforzo di precisione, sia nel reperire le fonti citate (come nel caso di un paio di quartine di Khayyam, quasi irriconoscibili nella versione francese, o di alcuni stralci di una poesia di Farrokhzad mai tradotta prima), sia nello scegliere le più plausibili tra le varie denominazioni di istituzioni iraniane che circolano (ad es. Consiglio della Guida suprema, Ministero per l’Orientamento delle scelte di interesse pubblico), sia infine nell’interpretare e trascrivere correttamente le parole in farsi, lingua indoeuropea talvolta accomunata erroneamente all’arabo, da cui ha mutuato il lessico riconducibile all’islam. Fondamentale dunque la gentile consulenza dell’iranista Paola Orsatti.
In generale ha pesato la sensazione di una sorta di responsabilità nei confronti del lettore italiano (che anche grazie a questo libro, nel suo piccolo, ha modo di avvicinare una società molto più ricca e variegata di quella che ci mostrano i media o certi film di parte tipo Argo) e soprattutto nei confronti della cultura iraniana, che merita senz’altro una conoscenza più approfondita. Gli spunti suggeriti nel testo sono davvero tanti: dalla poesia, forma privilegiata di scrittura fino ai primi del Novecento, che pervade la società al punto che le tombe dei poeti classici sono meta di pellegrinaggio popolare, passando per i numerosi scrittori della diaspora, fino al cinema, naturalmente, con registi di fama internazionale come Kiarostami, Panahi, Farhadi e altri ancora.

Federica Alba



pag. 2 Nota della Redazione - Cristina Cartigiano

L’attrice di Teheran è un romanzo scritto dall'iraniana Nahal Tajadod nata a Teheran nel 1960 da famiglia intellettuale laica, considerati con diffidenza dagli ayatollah. Nel 2007, prima dello scoppio della rivoluzione islamica e dell’avvento del regime dei mullah Tajadod si trasferisce in Francia. Esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi sul buddhismo e sul manicheismo, ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico persiano Gialal al-Din Rumi, poeta d’amore e di pace (1207- 1275) che grazie a un linguaggio che valica barriere culturali, linguistiche e religiose è considerato oggi un saldo ponte tra il mondo islamico e quello occidentale. La scrittura di Nahal Tajadod riceve un'illustre conferma da parte dell’Académie Française con il prestigioso premio Grande médaille de la francophonie 2007.
Con L’attrice di Teheran siamo di fronte a un romanzo dallo stile ricco e affascinante, tipico di Nahal Tajadod. Qui in particolare l'espediente narrativo è un insolito ritratto a specchio da cui due donne si parlano. Sono due donne iraniane: Sheyda, giovane attrice di successo nata nel 1983, durante la guerra tra Iran e Iraq, interpretata dall'attrice e drammaturga Golshifteh Farahani, tanto popolare in Iran quanto costretta poi all’esilio. Sheyda viene raccontata nell'ambientazione del periodo persiano dello scià ed ell'esilio dall’Iran con l’avvento di Khomeini.
Due realtà a confronto quindi, l’Iran di Nahal e quello di Sheyda, due specchi che si rimandano immagini dolorose di mondi in apparenza diversi ma con tanto in comune fino ad avvicinarsi attraverso le parole e i racconti della donna più giovane alla sua interlocutrice attenta e capace di analizzare in maniera profonda la realtà politica e sociale di contorno.
Il romanzo diviene una recita collettiva e una sorta di réportage politico di denuncia verso un paese misconosciuto dall’occidente e trattato spesso con indifferenza.
Sheyda racconta alla scrittrice tutta la sua vita. Un’adolescenza abusata, il periodo in cui girava in bicicletta fingendosi ragazzo con i capelli rasati e i seni fasciati per evitare di essere scoperta rischiando così pene severissime; il primo film girato a soli quattordici anni con una madre che invece desiderava diventasse pianista, l’impossibilità di recitare in teatro nonostante avesse lavorato con fatica sul corpo e sul mestiere dell’attore, il divieto di fare e di sentire musica contemporanea e quindi ricorrere a locali insonorizzati dove si faceva musica clandestinamente.
“Il risultato di mezzo secolo di modernizzazione forzata dei Pahlavi è stata la presa del potere da parte di una società islamica e tradizionalista. La stessa contraddizione è valida anche oggi: trent’anni di islamizzazione e di teocrazia hanno fatto emergere una società civile moderna, secolare e laica”. E se fosse che il cinema iraniano è così bello e coinvolgente perché nel nostro paese tutti, ma proprio tutti, abbiamo imparato alla perfezione ad accogliere oggetti o aspetti del mondo esterno, nonché la costante necessità di recitare e mentire? Lo fa quotidianamente ogni figlia con la madre, la madre con il marito e il marito attraverso svariate forme di potere rivolte a impedire le azioni più naturali e quotidiane.

Cristina Cartigiano