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ROMANZO

Un gioco da grandi
di: Benjamin Markovits / editore: 66thand2nd, 2013
traduttore: Traduzione dall'inglese di Michele Martino


pag. 1

Confesso di aver avuto una fortuna sfacciata: tradurre Ben Markovits mi ha riconciliato con la parte di me che ha sprecato ore e ore su internet a studiare i tabellini della Nba, o davanti alla tv, da adolescente, quando le sintesi si guardavano su Telemontecarlo e ogni settimana ripassava sullo schermo il tiro vincente di Jordan contro Cleveland. La sua furibonda esultanza era l’immagine di tutto quello che avremmo voluto conquistare anche noi, ragazzini italiani, magari tifosi di calcio.
Ma andiamo con ordine. Un gioco da grandi è il racconto di una stagione cruciale, in bilico tra giovinezza e maturità. Potremmo definirlo banalmente una storia di formazione, un percorso iniziatico, un viaggio alla ricerca delle proprie radici. Ma quel che conta è che il rito di passaggio qui si svolge sui campi da basket – quelli dei «grandi», della seconda divisione tedesca dove si battono russi, croati, americani, studentelli o veterani scartati dalle leghe di mezza Europa. Il protagonista, Ben, è un ventiduenne texano («alto come Michael Jordan») che ha fatto il Bar mitzvah ma non è ebreo, ha ereditato dal padre la passione per lo sport ed è cresciuto ammirando in tv le prodezze del più grande cestista della storia.
Devo ammettere che all’inizio non è stato semplice prendere le misure alla prosa asciutta di Markovits, al suo stile spigoloso, stratificato, carico di risonanze e ambiguità. Lui non va mai alla ricerca della frase a effetto, dell’azione spettacolare, neanche quando racconta le partite, gli allenamenti, l’adrenalina che si sprigiona sotto canestro. Ben (il personaggio) si muove assorto tra gli spazi del suo piccolo mondo – l’appartamento in collina, la palestra, il pullman della squadra su cui scroscia invariabilmente la pioggia – e li scandaglia soffermandosi su tutto quello che attrae la sua curiosità, compagni, avversari, stati d’animo, frasi non dette, la sagoma di una ragazza incorniciata da una finestra, «la tensione che emana dall’odore dei corpi» degli atleti, «la pressione delle voci» dei tifosi che si insinuano tra i muri dell’impianto fino a raggiungere gli spogliatoi. La percezione vivida, sensoriale, delle cose è sempre filtrata dal distacco quasi scientifico con cui analizza lo scorrere della vita, dentro e fuori dal campo.
Ad un certo punto ho capito che la chiave del mio lavoro doveva essere il basket. È stato Ben (l’autore) a confermare questa intuizione, durante la nostra corrispondenza via email. Rispondendo con pazienza alle mie domande, mi ha regalato alcune preziose riflessioni sul suo modo di «scrivere lo sport»: per mezzo di espressioni icastiche e costellazioni di parole che potresti sentire su qualsiasi campetto, immediatamente comprensibili per chi abbia giocato, o conosca il gioco, ma tali da formare una sorta di «poesia astratta» per chi ne ignora il significato tecnico. Evitando le metafore esplicite, televisive, intenzionalmente poetiche. L’esattezza e la sonorità del gergo del basket, con cui Ben (autore e personaggio) descrive le azioni, gli schemi, i pensieri dei giocatori – l’anatomia dell’esperienza sportiva nel suo dispiegarsi concreto –, si irradia per cerchi concentrici fino ad abbracciare l’intero spettro della narrazione. Nel flusso del gioco, il senso di fallimento e l’ammirazione sono un’unica cosa: alla consapevolezza dei propri limiti Ben ci arriva quando comprende per la prima volta la portata del talento di Karl. E quello che prova è un attonito stupore. Un senso quasi di meraviglia – mi ha spiegato Ben (perché capissi davvero) –, come davanti all’ultimo tiro vincente di Jordan contro gli Utah Jazz.



pag. 2 La Nota del Redattore, Giuliano Boraso

Dev’essere una persona piuttosto severa con sé stessa, Benjamin Markovits. Per raccontare in maniera così lucida e distaccata la propria inadeguatezza serve una piccola dose di autolesionismo, molta onestà e un sufficiente livello di riappacificazione interiore. Se poi il racconto è venato da una lieve e malinconica ironia, ecco che un potenziale autoprocesso alle proprie velleità si trasforma in un delicato romanzo-memoir che ricorda a tutti una regola aurea dell’esistente: non sempre le cose vanno come devono andare, non sempre siamo obbligati a farcela. Un bel fallimento, se elaborato con la giusta dose di equilibrio, può dare altrettante soddisfazioni di un banale successo.
«Mi soffermo sul dolore che le persone provano quando si accorgono della differenza tra ciò che si è ciò che si vorrebbe essere»: Un gioco da grandi occupa questo interstizio di cui solo gli ottusi non hanno avuto esperienza. Markovits racconta lo spaesamento di Ben, un giovane americano di padre ebreo e madre tedesca che nell’ultimo anno di college decide di abbandonare l’assolato Texas e di trasferirsi a Landshut, grigia cittadina della Baviera, nel tentativo di giocarsi una delle poche carte a disposizione per uscire dall’anonimato: il basket.
Dentro la dimensione sportiva, questa discrepanza tra volere ed essere assume così le sembianze di un ragazzone alto quasi due metri seduto in panchina, con le mani non abbastanza grandi per essere un campione infilate sotto le cosce, al caldo, in attesa della chiamata del coach. Ma ritorna anche al di fuori della buia palestra della Sports Halle, nella solitudine dei lunghi pomeriggi che scandiscono lo scorrere della giornate tra l’allenamento mattutino e quello serale. Qui Ben è l’aspirante scrittore a caccia di materiale umano ed esperienze fuori e dentro il campo da trasferire sulla pagina bianca, consapevole che qualcun altro l’avrà già fatto prima di lui e probabilmente meglio di lui; è il figlio quasi uomo che non ha ancora ucciso il padre, ingombrante anche nell’assenza, anche a migliaia di chilometri di distanza; è l’uomo ragazzino che imbastisce con l’ex moglie di un compagno di squadra una relazione goffa e incerta, segnata da un perenne senso di fastidio verso la persona amata, come spesso succede nelle relazioni giovanili quando «il desiderio si accompagna a un misto di noia, antipatia, disaccordo»; è il turista spaesato e curioso che, mentre passeggia incerto per le vie della vicina Monaco in cerca della casa dei nonni materni, si imbatte nella sinagoga della città sorvegliata da un coetaneo col mitra a tracolla e sorride di una religione così vicina e così lontana. Feroci bagni d’umiltà, prese d’atto spesso scoraggianti, piccole gioie dal retrogusto agrodolce; e sullo sfondo il basket che, pur essendo uno sport di squadra, ha una parte irrinunciabile della sua tradizione nella «solitudine che ti serve a imparare i fondamentali».
Alcune delle pagine più commoventi di Un gioco da grandi hanno per protagonisti i compagni di squadra di Ben: atleti ai margini, anonimi, con la pancetta e le ginocchia compromesse, che grondano di sudore al primo scatto, ma che non hanno del tutto rinunciato alla speranza che qualcosa possa ancora accadere. È su questi uomini che Ben posa il suo sguardo più attento e solidale, mentre è un’ammirazione cauta anche se sincera quella che riversa sull’unica eccezione del gruppo, il giovane e talentuoso Karl, destinato in un futuro nemmeno troppo lontano a sfidare gli alieni dell’Nba.
Durante i riti da spogliatoio − a volte volgari, altre affettuosi, spesso crudeli − e nei rari momenti di condivisione fuori dal campo, Ben apre piccole brecce nella corazza di atleti vinti e rassegnati, e fedele alla lezione dell’adorato Lord Byron, secondo cui «perfino nella costruzione più eterea dovrebbe esserci qualche fondamento di realtà», omaggia in punta di fioretto il talento degli altri, ammirabile in tutta la sua bellezza solo quando si sono fatti i conti con la propria mediocrità.


Giuliano Boraso