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SAGGIO

Il grande viaggio in slitta
di: Knud Rasmussen / editore: Quodlibet, 2011
traduttore: Bruno Berni - Traduzione dal danese


pag. 1 Nota del Traduttore - Bruno Berni

Occuparsi di un libro come Il grande viaggio in slitta di Knud Rasmussen, in un’epoca in cui molta produzione di libri danesi in Italia è concentrata sul thriller, è sicuramente una sfida stimolante per un traduttore. Dopo un passato in cui dalla pubblicazione originale alla traduzione italiana – peraltro spesso di seconda mano, ovvero da lingua terza – trascorrevano anni, a volte decenni, oggi invece è in corso una grande ondata danese che cattura l’assoluta novità del mercato.
Grazie ai thriller è una tendenza del tutto positiva, se non fosse che ogni tanto è bene tornare a una lenta importazione traducendo cose uscite dieci, cinquanta, cento anni fa, perché nel tempo qualcosa è andato inevitabilmente perduto. Classici pochi, oggi, niente che possa avvicinare il lettore italiano alla tradizione di una cultura in apparenza nota, ma di fatto lontana. Knud Rasmussen appartiene a un mondo ancora più lontano, oltre le conoscenze del lettore comune italiano, perché non era solo danese, ma legato all’area geografico-culturale groenlandese, ignota ai più e solo intuita nelle sue implicazioni sociali in un thriller – ancora una volta, servono anche a questo – come Il senso di Smilla per la neve. Nato in Groenlandia da famiglia danese con un po’ di sangue locale, Rasmussen dedicò la vita a esplorare quella terra a scopi scientifici, in condizioni che forse nessun altro occidentale avrebbe potuto affrontare, e Il grande viaggio in slitta è la versione ridotta – per il grande pubblico – della voluminosa relazione della V Spedizione Thule (1921-24) che lo portò dalla Groenlandia all’estrema Alaska, a toccare un numero altissimo di tribù inuit. Dalla relazione scientifica questo volume, da decenni una lettura classica per i danesi, viene elaborato a diventare il racconto di una vera avventura fra i ghiacci e le acque del grande nord americano.
Knud Rasmussen non è uno scrittore, e questo il traduttore – e forse ancora il lettore italiano – lo percepisce nella sua prosa non sempre lineare, spesso frutto, probabilmente, di un faticoso passaggio dalla lingua degli inuit – in cui le idee vengono vissute e formulate – al danese in cui vengono espresse, talvolta in modo inadeguato per le insufficienze del lessico di arrivo, incapace di riprodurre termini anche semplici e quotidiani come le forme del ghiaccio o la tecnica della caccia alla foca. Dal danese all’italiano il passo è più lungo e ha impegnato il traduttore con ricerche sulla terminologia relativa alla caccia – foca o renna – o alla costruzione delle slitte o degli igloo, e con la lettura di testi di antropologia sugli eschimesi scritti negli ultimi decenni, testi che spesso si basano sull’opera di Rasmussen e in vari modi si riferiscono alla sua mitica narrazione.
La prosa non è sempre lineare, ma il libro è sostenuto da un entusiasmo comunicativo senza eguali e il lettore non può non percepire, forse ancora nella lingua italiana, il calore dell’atmosfera serale nell’igloo dove i vecchi narrano leggende antiche, o l’immobile tensione del cacciatore in agguato, e il passaggio dalle esplorazioni basate sull’abilità fisica a quelle basate sulla tecnologia, dall’isolamento delle popolazioni artiche all’estensione del commercio, che avrebbe creato la dipendenza dalle merci e di conseguenza dal contatto con i commercianti. Molte cose sono cambiate da allora, ma Il grande viaggio in slitta rimane una lettura fondamentale per comprendere le popolazioni artiche in un’epoca ormai da tempo scomparsa.

Bruno Berni





pag. 2 Nota del Redattore - Davide Rubini

Nel 1921 Knud ha quarantadue anni e sta per partire per un lungo viaggio nelle terre del Nord. Vuole andare a conoscere tutti i popoli eschimesi, di cui parla la lingua e conosce la storia. Nessun uomo bianco lo ha mai fatto prima.
Per lui si tratta di un vecchio e segreto desiderio protetto dal ricordo di una leggenda di questi popoli. La leggenda racconta di piccoli uomini che volevano girare il mondo e spiega che bisogna essere fedeli agli ideali della propria giovinezza.
Non potevo immaginarlo. Non potevo sapere che il racconto di una spedizione scientifica nei ghiacci artici conclusasi quasi novant’anni fa potesse risvegliarmi a un pensiero che conservo da sempre, la speranza di raggiungere nell’età della maturità un obiettivo abbozzato durante le mie esistenziali tormente dell’adolescenza.
Il grande viaggio in slitta è dedicato alla gioventù danese. È così solo perché Knud Rasmussen, come la maggior parte dei danesi, è una persona estremamente modesta. Potrebbe essere dedicato semplicemente alla gioventù, tutta, perché i suoi sono messaggi utili a chi sta decidendo di crescere o a chi si è dato ancora tempo per farlo.
Il libro racconta del mistero dell’inverno che per i popoli del nord non è un nemico, ma il grande aiutante che costruisce ponti sui mari, copre le pietre dei monti e spiana i crepacci.
Incanta con le parole dei canti e le descrizioni dei balli di questa gente e affascina con le trame delle loro tradizioni, di come nacquero tuono, fulmine e tempesta, di come tutti insieme si gioca a saltare sulle pelli di tricheco nei giorni della festa della balena.
Inchioda al dovere di ascoltare e capire con mente aperta chi ci sta di fronte, anche se fa cose e dice pensieri diversi e lontani, quando si sofferma a celebrare la grande fanfara della gioia suonata dal popolo del bue muschiato, considerato dalla maggior parte della gente un popolo malfamato, fatto di delinquenti e di assassini.
Fa sorridere quando Knud viene costretto a farsi tagliare i capelli in cambio di una collezione di preziosi amuleti, perché un amuleto è sempre un amuleto, come spiega un vecchio sciamano, e il risultato è un’acconciatura che pochi barbieri di Copenhagen definirebbero tale.
Culla quando si raccoglie su una riflessione sulla saggezza sciocca dei viaggiatori che non soffrono mai di nostalgia, finché sanno che enormi distanze li separano dal mondo, ma nell’istante stesso in cui diventa possibile avere notizie di casa è come se per loro tutti i sentimenti, che sono stati repressi con violenza fino a quel momento, si svegliassero con tutta la forza accumulata durante una lunga assenza.
In uno dei passaggi più belli spiega, con le parole del cacciatore Aua, che ci sono dei limiti ai perché che ci possiamo permettere. Dice l’uomo a Knud, che continua chiedere spiegazioni sui riti eschimesi: ecco vedi, nemmeno tu sai dare spiegazioni quando ti chiediamo perché la vita è come è. E così deve essere.
Il libro parla di umiltà, tenacia, curiosità, rispetto, ma soprattutto dell’importanza di vivere e vivendo accumulare ricordi per piangere di felicità come fa la vecchia Orulo dopo avere raccontato la propria storia e, grazie a questo, essere tornata per un attimo bambina.
Tradotto dalla mano e dalla sensibilità di Bruno Berni Il grande viaggio in slitta diventa dolce, elegante, intimo.
Non lo avrei mai letto, se non me lo avesse consigliato qualcuno. Ora tocca a me consigliarlo ad altri.

Davide Rubini