Contatti: ndt@lanotadeltraduttore.it



GIALLO

Allmen e le libellule
di: Martin Suter / editore: Sellerio, 2011
traduttore: Emanuela Cervini - Traduzione dal tedesco


pag. 1 Nota del Traduttore - Emanuela Cervini

Martin Suter, nato nel 1948 a Zurigo, è tra gli autori di lingua tedesca più amati in terra elvetica, considerato inoltre lo scrittore svizzero vivente più letto nel mondo. Tradurlo in italiano è una bella responsabilità, ciononostante, quando me l’hanno proposto, ho accettato con grande piacere. Già autore di alcuni romanzi di successo pubblicati e ripubblicati in Italia, con Allmen e le libellule Suter inaugura un nuovo ciclo giallo, sottogenere investigativo, atipico. Al posto di detective e polizia troviamo una strana coppia: il dandy Johann Friedrich von Allmen e il suo ex giardiniere, ora tuttofare, Carlos.
Quarantenne o poco più, finto aristocratico e amante della bella vita, Allmen ha dilapidato allegramente il cospicuo patrimonio paterno ed è costretto ad abitare col fido Carlos nella dépendance della sua villa. Di lavorare non se ne parla neanche; il nostro ha frequentato le scuole migliori, girato il mondo e imparato una decina di lingue, ma in fondo non sa fare niente. In qualche modo bisogna però trovare i mezzi per andare avanti e così, a un certo punto, Allmen ha cominciato a rubare piccoli oggetti d’arte per poi venderli sottobanco a un antiquario compiacente. L’avventura descritta nel libro inizia quando, dopo una serata all’Opera – non potersi più permettere un abbonamento alle prime significa «essere davvero rovinati» –, il protagonista si lascia sedurre da Jojo e finisce in una splendida villa sul lago, dove scopre cinque pregiatissime coppe di Gallé. Dato che, come un altro famoso dandy, Allmen sa resistere a tutto tranne che alle tentazioni, non può fare a meno di derubare il padrone di casa, ficcandosi così in un mare di guai da cui riuscirà a trarsi solo grazie ai suggerimenti di Carlos.
L’autore prende spunto da un fatto reale – le cinque coppe con le libellule di Emile Gallé sono state effettivamente rubate nel 2004 – per costruire un romanzo leggero come una piuma, con una trama gialla che è quasi un pretesto per parlare di collezionisti d’arte, finanzieri, donne ricchissime e tristi… Suter descrive il mondo dorato dell’alta borghesia svizzera, dove l’apparenza conta di gran lunga più della sostanza. Non a caso Allmen usa i pochi soldi che ha a disposizione per tenere in piedi quella facciata di agiatezza e rispettabilità che gli consente di vivere a credito, conservando le vecchie abitudini – Cadillac con autista, abiti e scarpe su misura, ristoranti lussuosi – che altrimenti dovrebbe abbandonare. Per uno di rango non c’è niente di disonorevole nell’avere qualche conto aperto, basta che poi si paghi tutto il dovuto con eleganza e nonchalance. Il protagonista non è comunque l’unico truffatore che si aggira nel bel mondo, ce ne sono altri ben più pericolosi, disposti addirittura a uccidere per evitare lo scandalo.
Paragonato spesso a Dürrenmatt per l’analisi e la critica della società – critica indiretta, perché lo scrittore deve raccontare, non giudicare –, Suter presenta alcuni tratti comuni ad altri autori svizzeri: la tendenza alla sintesi e all’asciuttezza, l’ironia, il gusto del paradosso. Qualcuno ha definito questo romanzo un divertissement intelligente. Sono pienamente d’accordo. Per quanto riguarda la traduzione, dal punto di vista linguistico non ho incontrato grandi difficoltà e quindi mi sono potuta concentrare sulla resa, cercando il modo migliore per trasferire in italiano la già menzionata ironia, a volte sottilissima. Tutto sommato, una sfida davvero piacevole.

Emanuela Cervini







pag. 2 Nota del Redattore - Giorgio Ornano

Prima della lettura di Allmen e le libellule, non conoscevo l’autore, Martin Suter. Ne avevo sentito parlare in termini lusinghieri, addirittura accostato al grande Friedrich Dürrenmatt, e non solo perché entrambi svizzeri. Suter nega questa affinità, bollandola come una fissazione dei suoi connazionali, specialmente ticinesi. Ha sicuramente ragione. Dürrenmatt, che avrebbe meritato un Nobel, tocca vette altissime quando indaga il Male nascosto nell’animo umano e insegue, raggiungendola nelle trame dei suoi romanzi, quella Giustizia cui sfuggono nella vita reale colpevoli spesso efferati. Il grande scrittore di Konolfingen ne è ossessionato. Questa tematica, ispirata da un pessimismo cosmico, deriva dal periodo storico in cui Dürrenmatt è vissuto.
Nato nel 1921 ha visto, ragazzo, l’avvento del nazismo, i delitti atroci di un regime criminale e dei suoi protagonisti, moltissimi dei quali sfuggiti alla legge, anche per colpa della realpolitik postbellica. Cittadino di una nazione confinante con il Reich, spesso collusa e complice con la Germania, fino al crollo del nazismo, Dürrenmatt aveva toccato con mano l’impunità di criminali nazisti, spesso rifugiatisi proprio nella Confederazione, dopo aver messo al sicuro nei capaci forzieri delle banche svizzere fortune immense, frutto di crimini e stermini.
Martin Suter nasce quasi trent’anni dopo, nel 1948, in tempi meno sconvolgenti. È un narratore profondo nell’indagare l’animo umano, fotografico nel descrivere i luoghi. A una mano narrativa leggera e piacevole fa da contraltare un occhio critico, spietato verso il mondo dei magnati svizzeri che, rincorrendo arricchimenti sfrenati, non disdegnano disinvolti compromessi morali, fino al crimine.
La trama trae spunto da un fatto realmente accaduto: il furto di cinque preziosissime coppe in vetro del grande artista Emile Gallé, esponente di spicco dell’Art Nouveau, raffiguranti delle meravigliose libellule. L’autore dipana la trama in un coinvolgimento crescente per il lettore, mischiando con abilità e introspezione psicologica, humour, tensione, dramma e commedia.
Il protagonista, Johann Friedrich von Allmen, – Allmen, per il lettore – è un quarantenne, dissipatore dell’enorme eredità paterna, dedito a vivere tra irrinunciabili lussi e conseguenti debiti per i suoi modi e il suo stile da gran signore che in realtà celano il bluff finanziario. Quando si rende conto dell’insostenibilità della sua posizione, oltrepassa i confini della legge, senza alcuna remora morale inizia a rubare opere d’arte che vende al suo antiquario di fiducia, ad antiquari oltreconfine e a mercanti.
Una sera, all’Opera, incontra una disinibita miliardaria, che reduce da un matrimonio fallito trascina Allmen nella sua villa sul lago. Lui, vagando di notte in cerca di un bagno, mentre lei dorme, casualmente entra in una stanza museo in cui sono sistemati splendidi oggetti d’arte, tra cui le coppe di Gallé. Ne medita il furto e qui la trama, fino a quel punto leggera, si tinge di giallo. Allmen si imbatte nel cadavere di un antiquario assassinato e qualcuno attenta alla sua vita. Si rende conto di essere in pericolo per aver compiuto un passo più lungo della gamba, minacciato da un nemico ignoto.
Verrà a capo di questa inquietante situazione, grazie anche all’aiuto e alla dedizione del suo impagabile – e spesso inpagato – servitore tuttofare, il guatemalteco Carlos, figura chiave e maggiordomo fedelissimo al suo don John, personaggio dagli incisivi d’oro che non scherza nemmeno quando sorride, e che insieme ad Allmen forma una coppia letteraria nuova e speculare. Tra tante figure moralmente censurabili, Carlos, con i suoi solidi valori ancestrali forgiati da un’infanzia di miseria e dalla durezza della vita si contrappone al frivolo edonismo decadente di Allmen, compensandolo positivamente con la sua disincantata saggezza.
Un romanzo godibilissimo, di un Martin Suter dal tocco narrativo tanto lieve quanto incisivo, uno scrittore di cui si sentirà meritatamente parlare.

Giorgio Ornano