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POESIA

Grazie, Nebbia
di: Wystan H. Auden / editore: Adelphi, 2011
traduttore: Alessandro Gallenzi - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota del Traduttore - Alessandro Gallenzi

La mia ultima traduzione, prima di affrontare Grazie, Nebbia di W.H. Auden per la casa editrice Adelphi di Milano, era stata Il ratto del ricciolo di Alexander Pope in distici di endecasillabi a rima baciata. Per un traduttore come me, a proprio agio con le forme di poesia più regolari, non poteva quindi esserci passaggio più brusco e impegnativo dal punto di vista linguistico e stilistico.
Nonostante non possano essere inquadrate in schemi metrici convenzionali, le poesie contenute in questa raccolta di Auden, pubblicata nel 1974, l’anno successivo alla sua morte, mettono in evidenza tutta la stupefacente varietà, versatilità e perizia tecnica dell’autore inglese. Accanto ad alcune tra le più alte espressioni della sua poesia sillabico-allitterativa, si possono riscontrare omaggi a forme e generi tradizionali quali l’haiku, l’ottametro giambico, l’albata e l’elegia. Accanto a parole arcaiche o desuete è possibile trovare termini gergali, sbavature linguistiche utilizzate in maniera espressiva e numerose coniazioni verbali, spesso ricavate dalla trasformazione di un sostantivo in verbo.
Grazie, Nebbia rappresenta il punto di arrivo poetico di un autore che amava sperimentare costantemente nuove forme e nuovi linguaggi rivedendo e ritoccando in maniera quasi ossessiva le proprie opere – un autore che verso la fine dei suoi giorni scriveva con l’autorevolezza di un vate e si permetteva licenze poetiche impensabili all’inizio della sua carriera. Si capisce dunque quanto sia stato arduo per me cercare di riprodurre in italiano la voce idiosincratica di questo straordinario poeta, con tutte le sue sfumature più complesse e le sue allusioni più sottili.
Nel tradurre Grazie, Nebbia ho perciò privilegiato, rispetto a un’impossibile adesione a forme e registri dell’originale, la ricerca di una voce poetica credibile, adottando a volte strutture e moduli metrici alternativi e concentrando i miei sforzi sulla precisione lessicale di Auden.
Le prime poesie della raccolta sono risultate per me le più difficili, ma una volta entrato nel linguaggio di Auden, una volta catturato il tono dell’originale, il resto della traduzione si è trasformata, in un certo senso, in una conversazione aperta e amichevole tra due persone di età, culture e paesi diversi. Così come Auden, scrivendo, si rifaceva a modelli sonori della poesia medievale inglese, io traducendo ho riscoperto i ritmi sdruccioli e tronchi della poesia fiorentina del Trecento, compresa quella di Dante, a cui Auden si è spesso ispirato: “E le cime degli alberi, visibili / appena, non stormiscono ma restano / immobili e condensano efficienti / in gocce esatte la Tua umidità.” (da Grazie, Nebbia) “Qui giovani estremisti che progettano / di far saltare in aria un edificio, / lì un poeta accigliato che rovista / tra i ghirigori della sua memoria / per formare una frase dilettevole, / e su in alto girovaghi / che sfrecciano qua e là / nella pancia di enormi / zanzaroni metallici.” (da Notturno).
In ultima analisi, tradurre poesia – specie se si ha a che fare con poeti della grandezza di Auden – è sempre una sfida persa in partenza, ma se non si parte sottomessi e si tenta invece di rivaleggiare, se si risponde all’originalità con l’inventività e non ci si lascia schiacciare dall’inadeguatezza della traduzione, il risultato finale non potrà che riverberare una chiara eco del genio che l’ha generata.

Alessandro Gallenzi





pag. 2 Nota del Redattore - Alberto Nessi

Scoprii Auden negli anni Sessanta e subito mi attrasse la sua poesia. In particolare ricordo, dell’antologia pubblicata da Guanda in quegli anni, Musée des beaux-arts, un testo che può essere considerato una dichiarazione di poetica. Mi piaceva anche la sua posizione di intellettuale impegnato (aveva partecipato alla guerra di Spagna). Egli rappresentava un tipo di poeta non comune in area italiana: occhio critico, ironia, attenzione per la realtà anche storica e politica, amore per la tradizione coniugato con  sperimentazione di vie nuove. Poi la sua storia personale prese una piega per me incomprensibile: il suo diventare monarchico, per esempio. Ma la mia prima adesione alla sua poetica è rimasta inalterata ed è stata confermata dalla lettura dei suoi saggi più importanti, raccolti nella La mano del tintore (traduzione di Gabriella Fiori, ed. Adelphi).
È in questo libro che troviamo alcune affermazioni preziose per entrare nello spirito della poesia di Auden. Sulla versificazione : Il poeta che scrive in versi «liberi» è come  Robinson Crusoe sull’isola deserta: deve fare tutto da sé, cucina, bucato e rammendo. In casi eccezionali e rari, tale virile indipendenza produce qualcosa di originale e significativo, ma più frequentemente il risultato è squallido: lenzuola sporche su un letto disfatto e bottiglie vuote su un pavimento sudicio.  E sul contrasto tra la poesia francese, che ha sempre esaltato e esibito con orgoglio la differenza fra se stessa e l’dioma comune e i popoli di lingua  inglese, i quali  hanno sempre ritenuto che la differenza fra il discorso poetico e il conversare quotidiano dovesse essere ridotta al minimo: sono dichiarazioni importanti anche per apprezzare l’ultimo libro di Auden Grazie, Nebbia.
Il titolo subito muove nel lettore richiami alla produzione poetica di lingua italiana, non solo novecentesca. Per restare dalle mie parti e ai viventi, ho pensato a Giorgio Orelli (A Giovanna in Sinopie, Mondadori 1977) dove una nebbia leggerissima e innocente muta colore nel corso del componimento per diventare inquietante. La nebbia ispira i poeti. Dunque ho aperto il libro con una certa aspettativa: che non è stata delusa. Naturalmente si dovrebbe entrare nel merito dell’originale inglese, per apprezzare le rime, la metrica, il gioco della lingua: ma non è di mia competenza e dunque mi limito, in questa nota, a dare la mia prima impressione su testi tradotti egregiamente da Alessandro Gallenzi.
Poesia discorsiva, argomentativa, epica, civile, quella di W.H.Auden: la deplorazione della tecnologia, delle mostruosità metalliche che sono fonte di  pena e sventura della Società/ primo affanno del Vivere Comune (Una maledizione, che fa pensare al Parini); la lode della tradizione, dei maestri: senza di Voi, dice Auden, …non avrei mai composto/ nemmeno il più scadente dei miei versi; la saggezza che emana dalla Ninna nanna cantata al Bimbo grande e l’elogio del Super-Io possente/che ti risparmia così tanti affanni; le canzoni per il Don Chisciotte che sfida i portatori di violenza sulla terra; la  Morte che invita alla sua danza sia la signora del Westchester sia il barbone del Bowery. Emerge, da questi testi, l’immagine del poeta moralista e umanista: nel significato alto che hanno queste parole non più di moda.
Per rimanere al nostro Novecento, questa posizione mi ha fatto pensare a Umberto Saba e al suo famoso Quello che resta da fare ai poeti del 1911. Ai poeti resta da fare la poesia onesta. Non quella di chi cerca sfrenatamente l’originalità, senza capire che  essere originali significa ritrovare se stessi, ma quella dei ricercatori di verità esteriori o interiori: mi sembra che il grande autore – che, in queste poesie scritte alla fine della sua carriera, tesse le lodi della nebbia Sorella immacolata dello Smog e acerrima nemica della fretta – possa rientrare in questa nobile brigata.

Alberto Nessi