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ROMANZO

La fine
di: Salvatore Scibona / editore: 66thand2nd, 2011
traduttore: Beniamino Ambrosi - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota del Traduttore - Beniamino Ambrosi

Un amico scrittore americano, all’annuncio che avrei tradotto The End dall’inglese all’italiano, mi chiese invece chi l’avrebbe tradotto dall’originale in inglese. Una provocazione bonaria (l’amico del resto era stato il primo cui avevo imposto la lettura del libro dopo che l’avevo segnalato a quello che sarebbe diventato il suo editore italiano, e aveva subito compreso se non condiviso la mia ossessione per Scibona) ma non lontana dal bersaglio. The End è un romanzo meravigliosamente atipico che pare venire da un pianeta in cui si parla un’altra lingua, come forse tutti i grandi romanzi di una volta, nel senso che leggendolo, rileggendolo e traducendolo ho sempre pensato a come quelli che oggi consideriamo classici debbano essere sembrati UFO ai loro primi lettori. Tra i romanzi letterari americani degli ultimi anni The End è un UFO, e tale si presenta al traduttore. La lista dei momenti memorabili nella traduzione potrebbe forse occupare un libro a parte, di cui l’incipit, in cui in una pagina di prosa libera e rara bellezza Scibona descrive il panettiere Rocco La Grassa, costituirebbe una buona prima metà, a occhio e croce. A ripensarci oggi tuttavia, mi pare sia stata più difficile la ricerca di un registro adeguato a rendere i mondi che Scibona crea nelle menti dei suoi personaggi. Mondi meravigliosamente articolati e pieni di sfaccettature, e che tuttavia, salvo che nel caso della vedova Costanza Marini, appartengono a personaggi illetterati. Scibona trova un equilibrio raro tra i pensieri e le parole di questi personaggi che in modi diversi vivono la fine del sogno di ricominciare in America, tessendo insieme tragico e comico, lirico e prosaico. Per il traduttore la sfida quasi impossibile è quella di adattare adeguatamente in italiano questi meravigliosi scarti.  La paziente guida editoriale di Isabella Ferretti e del gruppo di 66th & 2nd, che hanno riconosciuto Scibona come vero UFO della scrittura americana contemporanea e che in quanto tale necessitava una cura editoriale speciale, è stata fondamentale, e per me fonte di ispirazione e apprendimento. Per me personalmente la traduzione è stata un dialogo privilegiato con un libro che mi pareva parlasse a me in modo particolare. Nato e cresciuto in Italia, vivo da diversi anni negli Stati Uniti. Sono lontano dalla condizione di necessità della striscia ininterrotta di giorni di lavoro del panettiere Rocco LaGrassa, ma come tutti quelli che sono arrivati in America da qualche altra parte del mondo, ancora oggi, riconosco le sensazioni che Scibona descrive, la speranza e la pressione di un milione di possibili elettriche identità che Rocco vede affollarsi intorno ai suoi figli, che, da veri americani sono in stato di perenne divenire e le delusioni cui questo allontanarsi dalle identità precedenti può condurre. L’arco che Scibona descrive è evidentemente tragico eppure il romanzo si conclude con due momenti di lirismo e speranza, di cui il primo è la fuga del giovane Ciccio Mazzone, che scappa di casa e arriva alla Union Station di Chicago. La fine del pezzo è un altro grande momento in cui in quel he screwed up his nerve Scibona unisce ancora una volta alto e basso, evocazione lirica e vocabolario colloquiale. Voleva dire il nome della città da cui proveniva, il solo pronunciare quella parola gli avrebbe offerto una modesta protezione. Ma prese il coraggio a due mani e scese dal treno.

Beniamino Ambrosi





pag. 2 Nota del Redattore - Federico Baccomo "Duchesne"

Allo scorso Salone del libro di Torino, mi è stata offerta la possibilità di registrare due videointerviste ad altrettanti scrittori molto diversi tra loro per origine, lingua, aspetto e cultura. Il primo – autore di un romanzo molto lieve costruito su una lunga cavalcata di ricordi d’infanzia più o meno trasfigurati che a tratti divertono e più spesso finiscono per annoiare – s’è rivelato un borioso cronista di se stesso, un po’ troppo convinto, a mio parere, del valore del suo libro, delle sue opinioni e della sua coloratissima camicia a fiorellini. Il secondo – autore di un complesso romanzo dai contorni epici che, con una lingua potente e carica di suggestioni, intreccia una trama di esistenze difficili, amare, disperate, eppure meravigliosamente piene di speranza – ha mostrato invece una disponibilità, una gentilezza e una sensibilità non comuni. Del primo scrittore non ricordo né il nome né il titolo del romanzo. Il secondo si chiama Salvatore Scibona, ha 35 anni, è americano, è stato incluso dall’autorevole New Yorker tra i migliori venti scrittori “Under 40”, ed è l’autore de “La Fine”, romanzo candidato al prestigioso National Book Award nel 2008, uscito in Italia per le edizioni 66thand2nd. Centro del romanzo sono le vicende di alcuni emigrati italiani – un panettiere, una vedova, un ragazzo, un gioielliere, una sarta, ecc. – nell’Ohio degli anni ’50, diversi e distanti ma accomunati dalla ricerca di un’uscita dal pozzo in cui la vita, in un modo o nell’altro, sembra averli gettati. E proprio da qui ho cominciato la mia intervista: che cosa spinge un ragazzo poco più che ventenne a intraprendere un’avventura letteraria che lo avrebbe tenuto occupato per più di dieci anni in storie tanto lontane e apparentemente estranee? Che cosa lo spinge a scrivere e riscrivere di identità offuscate, di percorsi disgraziati, di valigie e di feste di paese? A inseguire un gruppo di uomini e donne dispersi in un tempo e in un luogo che sembra non averli mai davvero adottati? Ne è nata una conversazione appassionata ed emozionante. Scibona ha parlato di sé, delle sue origini, dei suoi avi, dei suoi personaggi, dei loro sogni e dei loro traguardi, della lingua e delle voci, delle ricerche e dell’impegno impiegato, dei viaggi in Italia e delle riscritture, di Cleveland e degli attimi che possono cambiare una vita. E quando, allo scadere del tempo a nostra disposizione, mi sono voltato a guardare la telecamera per consigliare la lettura di questo grande romanzo e salutare, come si usa fare, chi poi avrebbe avuto la pazienza di guardare l’intervista, mi sentivo davvero orgoglioso del risultato. Così, mi sono alzato con una certa nonchalance, mi sono avvicinato al cameraman e, cercando di tirare fuori la modestia più convincente, ho chiesto: «Allora? Come ti sembra che sia andata?» «Eh» ha detto lui, facendo una smorfia, «ho avuto qualche problema con l’audio.» «In che senso qualche problema con l’audio?» Ha mosso la testa su e giù: «Abbiamo perso quello che ha detto lui.» Per un istante sono rimasto interdetto. «E perché non ci hai fermato?» ho chiesto. Il cameraman ha allargato le braccia, stupito: «Non volevo interrompervi, era molto interessante.» Così, ogni volta che mi trovo a parlare o scrivere di questo libro, mi viene in mente un’osservazione che lo stesso Scibona ha fatto in quell’intervista perduta: del romanzo preferisce che non si racconti nulla, che non si anticipi e non si riveli. Rifacendosi alla teoria platonica del linguaggio, è convinto che descrivere, riassumere, condensare, costituisca una corruzione dell’essenza del racconto (un piccolo esempio di questa attenzione: Scibona descrive e muove i suoi personaggi per qualche pagina prima di dirne il nome). E mi sembra sia giusto così: in fondo, al di là dei grandi affanni filosofici, semplicemente non c’è motivo di levare al lettore il gusto di scoprire l’incanto di questi personaggi e di queste storie.

Federico Baccomo "Duchesne"