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ROMANZO

Enrico l'egiziano
di: Markus Werner / editore: Casagrande, 2011
traduttore: Daniela Idra - Traduzione dal tedesco


pag. 1 Nota del Traduttore, Daniela Idra

Heinrich Bluntschli è il nome del protagonista del romanzo di Markus Werner, Enrico l’egiziano ma nel titolo si è scelto di tradurlo per conservare anche in italiano il richiamo evidente all’Enrico il Verde di Gottfried Keller, il maestro svizzero del realismo ottocentesco. Numerosi sono infatti nel libro di Werner i riferimenti, più o meno espliciti, a questo fondamentale romanzo di formazione, a cominciare dal «nodo drammatico dell’insufficienza
del protagonista al suo compito», di cui parlava Leonello Vincenti, traduttore dell’opera kelleriana per Einaudi nel 1944. Anche quella di Heinrich Bluntschli può essere considerata la «storia di un fallimento», definizione usata (almeno per la prima redazione dell’opera) dal grande germanista Ladislao Mittner a proposito dell’aspirante pittore Heinrich Lee, detto il Verde per il colore del suo giubbetto.
È un trisnipote a ripercorrere le vicende dell’Heinrich werneriano, in buona parte mitizzate dalla famiglia, a seguire il percorso compiuto dall’antenato circa un secolo e mezzo prima partendo da un paesino della Svizzera tedesca fino ad arrivare in Egitto, abbandonando moglie e figlio per crearsi una nuova, più numerosa famiglia, passando dai molti insuccessi professionali in patria alle «magnifiche sorti» in terra straniera: la mitologia familiare narra persino di un suo «ruolo determinante nella costruzione del canale di Suez».
Per la terza volta ho occasione di confrontarmi, in qualità di traduttrice, con le storie, i personaggi, la poetica di Markus Werner. Un pittore mancato era il protagonista del romanzo Di spalle (1989), mentre A presto (1992) narrava di un uomo in lista d’attesa per un cuore nuovo. Figure disincantate e ironiche, storie intense, tragiche persino, storie di inettitudine rispetto al mondo, temi cruciali, ambiziosi quali l’amore, la morte (persino quella di un figlio piccolo), sempre affrontati senza sbavature patetiche. E un altro elemento accomuna questi tre romanzi: la realtà, raccontata con sguardo acuto e profondità psicologica, è accompagnata da un controcanto irreale, fantastico, che nell’Enrico è costituito dal magico materializzarsi degli antenati sotto gli occhi del discendente/narratore.
Scrivendomi, a proposito della mia traduzione, l’autore ha definito Knacknüsse, «noci da rompere», i punti più ostici del suo romanzo, e per un attimo mi sono immaginata, davanti al computer, nei panni del mostruoso schiaccianoci di hoffmanniana memoria.
Lo stile di Werner, più ispido e frammentario nei primi romanzi, si è fatto forse più fluido col tempo, più conciliante, ma non per questo meno stimolante per il traduttore, cui spetta sempre il compito di rendere la laconicità, la levità dello sguardo, la delicata armonia fra tragico e comico.
La scrittura di Werner non ha perso l’umorismo graffiante rivolto al suo paese, la Svizzera – «niente riusciva e riesce a ferirla con più violenza dell’idea di non essere minacciata da nessuno» –, al suo tempo – come nell’ossimoro usato per descrivere una strada di Zurigo: «La Bahnofstrasse apparteneva al presente: con il suo mortorio di luci e animazione» – e all’esperienza umana in generale – «e, avvolto dai gas di scarico, mi sforzavo di approvare il progresso e non rimpiangere il passato come un borghesuccio». Immagini, situazioni da cui affiora, strappando un sorriso, una tenace inadeguatezza alla vita.

Daniela Idra





pag. 2 Nota del Redattore, Corrado Premuda

Dalla Svizzera all’Egitto, a ritroso nel tempo da un secolo all’altro, sulle tracce di un mitico trisnonno di cui in famiglia si è fantasticato tanto: l’avventura del narratore, deciso a scoprire di più sul conto del suo antenato Heinrich, inizia in maniera simbolicamente enigmatica all’interno della piramide di Cheope. Tra pagine di diario contraddittorie, ricordi sbiaditi, materiali d’archivio spesso confusi e incontri inaspettati e divertenti, il lettore risale insieme al protagonista l’albero genealogico dei Bluntschli per tentare di capire perché Heinrich abbia lasciato la Svizzera, la moglie e il figlioletto per trasferirsi in Nord Africa dove si sarebbe poi unito a un’altra donna che gli avrebbe dato altri figli. Le notizie con cui parte l’indagine del narratore sono poche e frammentarie ma tutte decisamente entusiastiche: il trisnonno Heinrich, trasferitosi a metà Ottocento in Egitto, avrebbe avuto un ruolo chiave nella costruzione del canale di Suez e avrebbe inventato la chiusura lampo. È stata la nonna (nipote del famoso trisnonno) a consegnare al narratore il suo prezioso quaderno azzurro con i ricordi di famiglia insieme al libro di cucina della prima moglie di Heinrich e al ritratto di quest’ultimo, opera attribuita al pittore Rudolf Koller ma purtroppo non firmata. In Egitto il protagonista visita i luoghi in cui si era svolta la vita del suo trisnonno e con magica naturalezza incontra l’antenato a cui asciuga
una lacrima: «Chi sei? chiese. Il tuo pronipote, dissi uscendo dalla porta di servizio aperta nel giardino della canonica, dove mi accesi una sigaretta e, appoggiato al tronco di un pero morto, aspettai fumando che la famiglia comparisse». Da ragazzo Heinrich rifiuta di diventare pastore come il padre vorrebbe, lui vuole fare l’acchiappatopi del villaggio o tutt’al più il commerciante. Va a Parigi con l’amico pittore e conosce Gottfried Keller, autore del romanzo Enrico il Verde. Il narratore s’immerge a tal punto nella storia del trisnonno che a volte, abbandonando gli archivi per tornare alla normalità, si sente «un relitto dell’epoca in cui mi ero intrattenuto, e il mondo in cui tornavo non mi era familiare». Pensa che Heinrich, morto solo quarantatré anni prima che lui nascesse, non capirebbe niente del nostro mondo tecnologico e moderno: immagina di camminare per strada con lui stupito dalle macchine, dalla pubblicità volgare, dai costumi di oggi. Contrariamente alle aspettative, Suez si presenta al narratore come un posto orribile, infestato da spazzatura, ruspe e degrado. Le notizie sul trisnonno intanto si ridimensionano: pare che in Egitto si sia prima occupato della produzione di cotone, poi della sorveglianza del canale di Suez, del commercio del sale nazionale e infine, dopo il fallimento del viceré, di un piccolo ufficio postale. La Svizzera l’aveva lasciata dopo aver fatto
bancarotta e aver deluso la moglie Elise. Ma è lui ad abbandonare lei e il figlio o è lei a non volerlo seguire
in Egitto? La sola cosa certa è che al Cairo Heinrich sposerà una ragazza bellissima e di ventidue anni più giovane da cui avrà vari figli tra cui Charles, trasferitosi poi a Trieste, di cui il narratore segue alcune confuse indicazioni per cercare tracce dell’antenato, indicazioni che lo depistano. La surrealtà della storia, in cui il trisnonno e il protagonista s’incontrano spesso e nei posti più impensati, gioca anche sul contrasto tra un Ottocento grigio, piovoso e moralista della Svizzera e il presente assolato, pigro, cialtrone e misterioso dell’Egitto. Lo strano incontro finale e una rivelazione disarmante ma coerente con l’enigma che continua ad avvolgere l’antenato (un tipo inconcludente o un grand’uomo?) portano il narratore a considerare il caso che il fallimento possa essere una tara familiare, un male inevitabile, un tragicomico passaggio di testimone ad opera del trisnonno Heinrich.

Corrado Premuda