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ROMANZO

Cuentos de la oficina
di: Roberto Mariani / editore: le nubi, 2011
traduttore: Marzia Mascelli - traduzione dallo spagnolo


pag. 1 Nota del Traduttore, Marzia Mascelli

Cuentos de la oficina (Racconti dell’ufficio) venne pubblicato per la prima volta nel 1925. Il suo autore nacque nel 1893 a Buenos Aires e vi morì nel 1946 per un attacco cardiaco. Fu poeta e scrittore, ma anche impiegato di banca, fondatore di riviste politiche, drammaturgo, agitatore. Trovare per lui una posizione, in un panorama letterario così rigidamente diviso, tra i protagonisti delle due correnti più note e vivaci del tempo (quelli di Boedo, quelli di Florida), è operazione complicata. Complicata dalle scelte e dallo stile letterario di Mariani, come pure dalla sua stessa personalità. Roberto Mariani, nelle poche testimonianze che possono aiutare a delinearne la figura, viene descritto come uomo timido, riservato, ma dalle idee molto precise e taglienti. I Cuentos de la oficina sono la sua opera più compiuta, ne manifestano tutta la scomodità e probabilmente individuano anche le ragioni della severa sorte letteraria che è toccata alla sua memoria, più ingiustamente che ad altre.
Partiamo dal fulcro narrativo di questa raccolta e dimentichiamo immediatamente l’eroe rivoluzionario del proletariato, o il nobile portatore dei valori nazionali. I sette racconti narrano vite sogni e disgrazie di impiegati a Buenos Aires. L’apertura è affidata a un’eccellente Ballata dell’ufficio – una lirica tutta laica e carnale – che dona voce e corpo all’azienda, alla casa, all’ufficio, ente dotato di vita propria che si fa di volta in volta ospite caverna nido culla e tomba dell’impiegato. Il resto è prosa. E la prosa di Mariani è asciutta e precisa, ironica e molte volte cinica, ma è dotata di una grande capacità descrittiva che offre sensazioni teatrali e cinematografiche; leggendo si può sentire un caldo infernale, avvertire l’odore di fumo dei caffè o quello stantio degli appartamenti, si è accecati dalle luci degli incroci e si è stanchi, come solo al venerdì sera si è stanchi. La sua grande maestria nel ricostruire ambienti e stati d’animo può essere crudele per il lettore, che a prezzo di strette allo stomaco, o preda di incontrollabili ghigni, riconosce nelle disavventure, nelle ambizioni e nelle piccolezze dei personaggi dei racconti qualcosa di noto e per niente distante. Questo senza che vi sia mai una forzatura del coinvolgimento attraverso l’uso di mezzucci narrativi. Non è infatti il realismo ciò che rende degni di nota questi racconti, Mariani di fatto preferisce fare incursione nel grottesco per risignificare il reale che descrive, e ridicolizzare gli accenti retorici in ciò che racconta: il suo richiamo al lettore è basato sulla complicità, e sulla umanità. La lente d’osservazione (e la cosa osservata) è certo una figura ambigua e insinuante, ritratta e ignorata, ma è uno strumento narrativo e critico preziosissimo, perché Mariani esercita la letteratura restando lontano dal rischio di pontificare o proporre toni moralistici rispetto a ciò che analizza.
La complessa realtà argentina d’inizio Novecento è segnata da grandi conflitti sociali e culturali: le istanze della piccola borghesia e quelle della classe proletaria, l’apporto dell’immigrazione, la coesistenza di queste realtà con l’impronta culturale e politica delle grandi famiglie rurali e industriali. I Cuentos de la oficina ne individuano e sollecitano i nervi scoperti o nascosti, e rendono Roberto Mariani uno dei più interessanti e sconosciuti rappresentanti dell’avanguardia letteraria argentina dei primi anni del Novecento.

Marzia Mascelli





pag. 2 Nota del Redattore, Ugo Vicic

I Cuentos de la oficina di Roberto Mariani sorprendono per la loro sveltezza, leggerezza, per
l’originalità e l’ironia. Quando poi si scopre che sono stati scritti agli inizi del Novecento, lo stupore e l’ammirazione aumentano. Sembrano l’opera di un nostro contemporaneo – anche se al giorno d’oggi è poco diffusa la consapevolezza che la frenesia produttiva ci sta portando alla rovina. Era dunque più avanti Mariani nel riconoscere che siamo troppo devoti al dio Lavoro.
I racconti di questo pressoché sconosciuto autore argentino si leggono con estremo gusto. Mariani intrattiene il lettore utilizzando varie tecniche di scrittura, dalla personificazione di oggetti ed elementi naturali (il «vento borbottante che usciva dalla bocca aperta del macchinario») al periodare
fulminante; dall’osservazione minimalista al monologo interiore; dalle descrizioni inusuali («aveva il viso incipriato di un pallore dissimulato») all’uso disinvolto, libero, ardito del discorso diretto e indiretto, fino al sorprendente capitolo finale in veste di copione.
Il sarcasmo è sempre misurato e intelligente, e sono apprezzabili anche i momenti più diretti, veri, dove l’autore trasmette chiaramente il proprio pensiero – come a pagina 94, dove parla senza mezzi termini di «adattamento artificiale e crudele ad una vita di lavoro e schiavitù».
Facile capire come all’epoca – ma forse ancora oggi – Mariani sia stato un autore scomodo e quindi non abbia goduto della popolarità e dell’apprezzamento che meritava. Egli infatti non è lontano dal grande Maupassant, proprio per la limpidezza, l’incisività e l’ironia di molti suoi brani. La parte finale del racconto Riverita ricorda poi il magistrale candore dell’Ernesto di Umberto Saba, mentre il racconto Uno si avvicina alla perfezione dei migliori racconti di Cechov (in particolare quel gioiello che è La morte dell’impiegato). È infine quasi inevitabile riandare a certe rappresentazioni sveviane dei colletti bianchi, soprattutto nel romanzo Una vita, dove però la famosa ironia di Italo Svevo deve ancora trovare il coraggio di manifestarsi, sopraffatta dal grigiore e dalla pesantezza di un mondo che l’autore conosceva assai bene.
Anche Mariani aveva lavorato e sofferto in una banca, però sembra che nei suoi Cuentos – anche grazie all’agilità offerta dalla forma stessa della composizione – abbia saputo prendere sufficiente distanza dalla materia trattata. A tutto vantaggio del lettore che usufruisce così di una narrazione varia e vivace. Contrariamente a certa moda dilagante, la trama dei libri non va spiattellata, nemmeno da parte dei critici più dotti. Resta il fatto che occorre stuzzicare la curiosità dei lettori, quindi rivelerò che i Cuentos di Mariani mettono in scena la ripetitiva, frustrante, servile vita di un gruppo di impiegati di ufficio, attraverso i loro rituali, le manie, le ansie, le paure e l’involontario umorismo di un’esistenza da vinti. Vinti che suscitano compassione, curiosità e una giusta dose di rabbia e ribellione, che certo non guasta in un’epoca che vorrebbe renderci nuovamente ottusi e sottomessi.
Geniale è il brano di inizio, che costituisce la chiave di lettura dell’opera, di un sarcasmo deliziosamente terribile. L’Ufficio, che in spagnolo è sostantivo femminile, attira fatalmente l’impiegato come una feroce sirena, pronta a prosciugargli corpo e anima («…e se non sarai morto tisico, poi ti darò la pensione») con l’illusione che sia invece lui a possederla. Un libro intenso, vitale, autentico. Tutto da assaporare.

Ugo Vicic