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ROMANZO

Il correttore
di: Ricardo Menéndez Salmón / editore: marcos y marcos, 2011
traduttore: Claudia Tarolo - traduzione dallo spagnolo


pag. 1 Nota del Traduttore, Claudia Tarolo

Il correttore racconta le prime sedici ore dopo l’attentato di al-Quaida a Madrid (11 marzo 2004). Il punto di vista è quello di Vladimir, un uomo che corregge errori di scrittura per lavoro e non potrà mai correggere l’errore spaventoso che un attentato introduce nella trama del mondo. Nella sua casa di fronte al mare, trattiene il fiato. Nel pronto soccorso ideale che allestisce per sé e per le persone amate, ogni riflessione è stringata e urgente, incalzata dalla pressione della realtà.
Per la gioia del traduttore, la tensione linguistica non cala mai. È un libro fatto quasi esclusivamente di frasi memorabili. È come scalare una vetta dietro l’altra risparmiandosi la pioggia, lo zaino, la marcia di avvicinamento. C’è tuttavia una ragione in più per cui vale la pena di parlare della traduzione di questo libro. Nel momento in cui scoppiano le bombe Vladimir sta correggendo le bozze dei Demoni di Dostoevskij. Il riferimento è denso di implicazioni e si intreccia profondamente con la narrazione. Salmón riporta un passo dei Demoni, per dimostrare che ciò che rende immortale uno scrittore è la capacità di essere geniale anche in passaggi secondari. In particolare, Salmón cita una frase, quando Stepàn Trofímovič si mette in viaggio, e Dostoevskij dice che l’idea del viaggio, della strada, è come un sogno, come la vita umana. Ma c’è qualcosa nel viaggio, che spezza l’incanto del sogno, riportandolo alla più prosaica realtà. Qualcosa che il traduttore spagnolo di Dostoevskij chiama «contrattare cavalli di cambio». Questa immagine, «contrattare cavalli di cambio», ha un effetto fulminante sul protagonista
del Correttore. È un’immagine da scrittore immortale, dice Vladimir, «ti assale come un ladro e ti porta via anche il respiro». Dall’istante in cui la legge, Vladimir non vede altro che cavalli. Cavalli che ruminano gerani sul balcone di fronte, cavalli da tiro in cortile; il suo letto è intriso di sudore di cavalli. La forza dell’immagine lo travolge al punto da farlo affondare in un sonno profondo.
Cerco il passo in questione sulle traduzioni italiane dei Demoni per prelevare la traduzione e citare la fonte: consulto le versioni di Alfredo Polledro per Einaudi, Gianlorenzo Pacini per Feltrinelli. Dei cavalli, nessuna traccia. A interrompere l’idea romantica del viaggio è il «foglio di viaggio», il «documento di vettura».
Non conosco il russo e, incuriosita, vado a controllare le traduzioni francese e tedesca di quel passo. In entrambi i casi si parla di «documenti di viaggio», mai di «cavalli di cambio».
Chiedo infine ai miei amici che sanno il russo, e ricevo la conferma definitiva: Dostoevskij si è riferito a «documenti di viaggio» e non a «cavalli di cambio». L’immagine che tanto ha colpito Salmón è frutto della fantasia del traduttore spagnolo, che ha trasformato un concetto razionale e simbolico in un’immagine potentemente fisica e visiva. Mi sono inchinata, dunque, per non perdere un quadro
essenziale nel romanzo di Salmón, all’estro del traduttore spagnolo, Juan López-Morillas, e ho contaminato
anche la traduzione italiana del passo dei Demoni con «froge di cavallo fumanti», rendendo un silenzioso omaggio al collega al di là dei Pirenei e a tutti i traduttori.
Perché Salmón, leggendo Dostoevskij, leggeva anche il suo traduttore; l’immagine che lo lasciava senza fiato, era in realtà di Juan López Morillas. Sembrava un rapporto a due, invece erano in tre; poi siamo stati almeno in cinque in quel felice crocicchio tra le strade infinite del senso.

Claudia Tarolo




pag. 2 Nota del Redattore, Chiara Pibiri

È l’11 marzo 2004, il giorno degli attentati alle stazioni ferroviarie di Madrid, tre giorni prima delle elezioni per eleggere il nuovo governo. Vladimir, correttore di bozze che deve un nome così impegnativo al padre, appassionato della Rivoluzione russa, si accinge a controllare le ultime pagine della bozza dei Demoni di Dostoevskij. È l’inizio del Correttore dell’asturiano
Ricardo Menéndez Salmón, vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Ruan Rulfo. Poi una telefonata, la notizia, la tv accesa per tutto il giorno, la stasi disperata che si interrompe solo per aggiornare il conto dei morti o per trasmettere i messaggi dei politici. Tutto è vissuto da una prospettiva periferica – una piccola cittadina spagnola sul mare. Qual è la reazione a tanto dolore, quale può essere il modo migliore per confrontarsi con i quasi duecento morti, ognuno dei quali, per usare le parole dell’autore, «sembra essere stato deposto nel salotto di casa»? Vladimir si aggrappa alle persone che ama: ai
suoi genitori, alla moglie Zoe; ma anche a quelle lontane come Eric, il figlio che vive in Australia e che tiene segreto a tutti, e cerca una spiegazione nella letteratura. Vladimir è senza dubbio un intellettuale, nell’accezione di Jean Améry: ha un sistema di riferimento essenzialmente filosofico e umanistico. Eppure, dopo la parentesi come scrittore, decide di tenersi ai margini della letteratura che ama, che costituisce l’unico suo filtro della realtà e la sua unica fonte di comprensione e decodificazione della vita. Ritaglia per sé stesso il ruolo di correttore di bozze: non più parole sue, ma solo parole altrui, su cui può agire solo a livello grammaticale. Con la stessa perizia che applica alla ricerca dell’errore testuale, Vladimir analizza i discorsi dei politici e gli elementi dell’indagine, all’inizio taciuti perché prova lampante dell’incompetenza del governo e della sua malafede. E alla fine di tanto dolore non rimane nulla, perché purtroppo non porta la saggezza che impedirebbe di compiere altro male. Come il correttore che, leggendo una biografia di Kierkegaard, controllerà una prima volta la grafia corretta di Copenhagen e scoprirà «un infetto Copenaghen» ma poi, convinto di non averne più bisogno, non controllerà più e forse ignorerà errori successivi, così gli uomini nel momento del dolore pensano che non potranno più dimenticarlo, salvo poi, fatalmente, sbagliare e infliggere dolore al prossimo. E così i 192 morti di Madrid non salveranno le migliaia di morti per malattia, guerre, povertà nelle altre parti del mondo. Anche la compagna di Vladimir, Zoe, che come lui vive di arte ma con una mansione in qualche modo marginale, tecnica (è una restauratrice), perderà il sonno per un po’ dopo gli
attentati, ma poi, un giorno, ricomincerà a dormire: forse nemmeno in lei il dolore ha lasciato la ferita della saggezza. Ma proprio in un giorno in cui nulla sembra meno importante dei libri, l’editore Uribesalgo, l’amico Robayna – che non ha rinunciato a scrivere – e persino il figlio della panettiera chiedono aiuto a Vladimir: vogliono sapere da lui, dallo scrittore, perché sia successa una tragedia del genere. Ed ecco che insieme alla disperata e impietosa analisi di quell’11 marzo e delle tante colpe dell’Occidente, il protagonista, che ha smesso di scrivere perché ritiene che gli scrittori non siano più ascoltati, nel Correttore rivela il potere salvifico della letteratura e dell’arte, della bellezza, della necessità di amare. E quando Vladimir stesso si scusa se, in un momento di emozione pura, scrive che «solo chi è stato innamorato sa quel che l’amore dona e toglie» e solo chi ha letto sa «se la vita merita di essere vissuta senza conoscere gli uomini e le donne che ci
hanno scritto mille volte prima che nascessimo», il lettore lo ringrazia per questi piccoli barlumi, forse non di saggezza, ma certo di speranza.

Chiara Pibiri