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PERSONAGGIO

Intervista impossibile a Jay Gatsby, il grande
di: domande di Dori Agrosì rivolte a Roberto Serrai










Caro Gatsby, oggi sei più famoso che mai: un mito. La tua storia ha affascinato generazioni di lettori e adesso che i diritti per la ripubblicazione sono assolutamente liberi sei nel catalogo di molti editori come un trofeo. Tutto ciò conferisce una certa versatilità al testo, offrendo ogni volta una traduzione diversa e autoriale, rendendo Il grande Gatsby una lettura plurale, ciascuna assolutamente (in)credibile, (in)fedele e (im)possibile. Per molto tempo i commenti hanno fatto riferimento alla prima traduzione italiana più nota, oggi l’argomento si è moltiplicato. E siamo solo all’inizio. Queste nuove, cinque e diverse traduzioni assumono sempre più la forma di «adattamenti» o celebrano la nascita di un genere letterario nel ramo della traduzione?
Beh, vecchia mia, dovrebbe chiederlo a chi di queste cose se ne intende. Io nella mia vita non ho letto molto (mi ero proposto di farlo, poi ho capito che non ne avrei ricavato granché), e devo dire che sono un tantino perplesso di fronte a tante nuove versioni della stessa storia – per quanto, essendo la mia, non posso non sentirmi lusingato. A ogni modo, Carraway una volta mi disse che la traduzione deve essere… come ha detto… «un servizio» reso a una storia, e al suo autore. Quindi, in questo caso, a me. Quindi, spero che abbiano lavorato come si deve. Altrimenti… altrimenti niente, mica crederà a quel, come si chiama, Tom! Tom. Ci pensa? E poi, cosa mi diceva, un genere letterario? Ma non raccontano di nuovo la storia già scritta da un altro? Allora dipenderà da quell’altro, no? O mi sfugge qualcosa? Comunque, mi dia retta, ma quale mito. Sono solo uno con una bella casa, che dà un sacco di feste dove si beve bene e si ascolta buona musica.

Anche i tuoi amici il Maestro e Margherita, parlando con te, si sono sentiti come sul lettino del chirurgo estetico ma entusiasti del risultato attualizzante e non più seppiato. Nel tuo caso specifico, come commenteresti l’operazione?
La chirurgia estetica? Ma io appartengo a un altro mondo, non so nemmeno che cosa sia. Quei due, però, meno male che sanno l’inglese, sennò avremmo smesso di frequentarci da tempo. Io, infatti, il russo non lo parlo. Dovrei farmi tradurre le loro lettere, ci pensa che fastidio? Ma l’ha visto quello dell’agenzia, a West Egg? Avrà ottant’anni. Mica come loro, che sembrano sempre giovani. Non me  le tradurrebbe bene, le lettere. Dovrei cercare qualcuno che sia meno vecchio. Forse a New York. Mi toccherebbe chiedere a Meyer, che ha contatti a Little Odessa. Meno male che non devo farlo.

Bene, ripercorriamo brevemente la tua storia: James Gatz lascia la dimora paterna, migra ad est e diventa un gentleman: «Jay Gatsby». La fortuna è dalla tua parte e l’american dream si materializza. Molti dei personaggi che ruotano attorno alla tua storia sono convinti che il tuo mistero sia legato all’attività di truffatore dai soldi facili, e anche al lettore viene da chiedersi quale fosse questa tua attività. Di cosa ti occupavi esattamente?
Investimenti. Fare soldi con altri soldi. Fare soldi con il niente. Comprando e vendendo il niente. In questo Meyer è bravissimo. Si chiama capitalismo, vecchia mia. Nessuno ha mai detto che fosse una bella cosa. Franklin. Se lo ricorda, Franklin? Ecco, quello l’ho letto; era tra i pochi libri di mio padre. Dice che con il lavoro e l’impegno si ottiene qualunque risultato. Per un po’ ci ho creduto; forse era anche vero, ai suoi tempi. Poi ho capito che non funziona così, che ci vuole altro. Il resto è storia.

Cosa ha scatenato in te, più di ogni altra cosa, la corsa all’oro? È stato per il momento storico propizio, per una sfida con te stesso o solo per amore?
Per amore. Insomma, come dire, tanti la guardavano, Daisy, ma io la vedevo. La potevo conquistare, coi libri. Forse. Coi bei sentimenti, le belle parole, le qualità dell’anima. Per tenerla, invece, mi servivano i soldi. E tanti. Tutto qui.

Il fallimento con Daisy è paragonabile al crollo di un momento economico felice. Credi ancora che sia possibile ripetere il passato?
Certo che è possibile. Di solito ci si guarda indietro perché quello che cerchiamo non lo vediamo più intorno a noi, e non riusciamo a immaginarcelo nel futuro. Prima era proprio qui. Poi è successo qualcosa, e se n’è andato. E allora speriamo di ritrovarlo, ma siamo costretti, come ho detto, a guardarci alle spalle. Tornato dalla guerra ho sperato di ritrovare Daisy, per ritrovare il me stesso di allora. Cosa ci sarà di tanto strano.

Già, la guerra. Cosa si ricorda della guerra?
Anche questa è una strana domanda. Lo sa con chi ero, in Europa? Con Carraway e con un altro Nick. Adams, si chiamava. Che Nick Adams ha fatto la guerra lo sanno tutti. Di me, se ne dimenticano. Tranne Carraway. Lui mi capisce, lo so. Per gli altri è più comodo vedermi come un delinquente. Al battaglione, in Francia, c’era un inglese, si chiamava Higgins. Mi consigliò lui di andare a vedere Oxford, dopo. Proprio un bel consiglio. Era il nostro ufficiale di collegamento e sapeva il francese. Una sera, al caffè, restammo a parlare con un vecchio che aveva combattuto contro i prussiani, alla fine dell’Ottocento. Sarà stato ubriaco, ma continuava a raccontare sempre la stessa storia: il giorno della fine della guerra. Sempre e solo quel momento, ancora e ancora. Non ricordava altro.

E lei? Scusi se insisto. Lei, della guerra, cosa ricorda?
(Gatsby si volta verso la finestra, guarda fuori. Sorride, in silenzio. Poi abbassa lo sguardo.) Non preferisce che le racconti del 1919? Delle World Series?