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Il circo dell’arte e del dolore
di: Guðrún Eva Mínervudóttir
/ editore: Scritturapura, 2007
traduttore: Silvia Cosimini - Traduzione dall'islandese
Nelle mie frequentazioni con la letteratura islandese (che, me ne sono resa conto
solo pochi giorni fa, hanno una storia ormai ventennale alle spalle) non mi era
mai capitato di incontrare un libro così particolare, e sinceramente ancora non
ho capito perché mi sia piaciuto così tanto. Quasi tutte le persone a cui, entusiasta,
l'ho consigliato, ne hanno affrontato la lettura per poi fermarsi a pagina 126
circa, e da allora mi guardano in modo strano, perplesse; chi l'ha finito, se
poi l'ha mai finito, non me ne ha fatto sapere più nulla, forse per non offendermi;
i pochi che hanno risposto al mio entusiasmo (prima fra tutti la consulente letteraria
della città, che a sua volta l'ha proposto in tutte le salse, gruppi di lettura
compresi) fanno parte di una categoria, mi viene da dire, di fuorviati, di guardoni
o come minimo di gente dai gusti letterari bizzarri.
Eppure a me è sembrato un libro fuori dall'ordinario, sicuramente se considerato
nel suo contesto: in un mondo letterario così 'fattivo', pratico, fatto di cose
tangibili e non di scavi psicologici com'è quello islandese, questo romanzo è
stato una piacevole, ammirabile sorpresa, e più di una volta ho invidiato bonariamente
la piccola autrice, quaranta chili scarsi di sensibilità e bella scrittura, per
essere riuscita a soli trent'anni a produrre un libro simile. Yosoy (che nella
versione italiana mantiene lo stesso titolo in frontespizio, ma si intitola Il circo dell'arte e del dolore in copertina) per me è una critica spietata all'era dei reality show, un universo
assurdo e grottesco dove vengono messe a nudo le deviazioni moderne, e non capisco
perché la stampa islandese gli abbia dato così poco rilievo; parlandone con gli
addetti ai lavori è emersa una lieve ghettizzazione, una marchiatura come quella
che era stata imposta quarant'anni fa a Svava Jakobsdóttir, o ad Ásta Sigurðardóttir,
autrici di cui, secondo me, Guðrún Eva ripercorre le tracce, se non altro per
il realismo assurdo che tutte condividono. Che la scrittrice abbia alle spalle
studi filosofici appare chiaro fin dall'inizio, né sfugge la vena anticonvenzionale
di Guðrún Eva, che per l'esergo si fa vanto di non aver scelto le parole di un'autorità,
preferendo attingere al patrimonio genialoide di un cantante pop demenziale, Sverrir
Stormsker, che paragonerei forse al nostro Elio delle Storie Tese.
Yosoy è un particolarissimo circo permanente allestito in un vecchio lanificio
nella Mosfellsbær, appena fuori Reykjavík (la struttura è ancora in uso, si raggiunge
un autobus dal centro: ospita dei laboratori artigiani e il lanificio Álafoss,
per chi, visitando l'Islanda, fosse interessato a una 'passeggiata letteraria').
Il circo ha conosciuto giorni migliori, ma vi vive e vi si esibisce un gruppo
di artisti accomunato dall'arte di sfruttare le possibilità del corpo e della
mente umani e di portarli ai limiti del possibile. Gli spettacoli non sono alla
portata di tutti: si tengono due volte al mese, il biglietto è estremamente costoso;
nessuno, al di fuori degli artisti e della ristretta cerchia di spettatori, sa
esattamente cosa avvenga nel lanificio: a Yosoy non si mettono in scena difetti
e orrori fisici, quanto un'arte e un'estetica incentrate sul corpo e sul superamento
dei suoi limiti, sul dolore fisico e la sua percezione.
L'autrice è una maestra del sospeso, del non detto, del far intuire senza dire.
Sicuramente lascia moltissime porte aperte davanti alle quali il lettore si trova
spiazzato, senza sapere cosa pensare. Molti mi chiedono plausibilità. Se Ólafur
fa ritorno a Reykjavík oppure se rimane a Bruxelles, se Klói torna con Ásta, qual
è in realtà lo spettacolo di Sif che tanto turba gli spettatori. In Islanda un
giornalista ha intervistato un professore di fisiologia dell'università per chiedergli
se è possibile praticare un intervento chirurgico come quello delle ultime pagine
del libro. Il medico, che evidentemente la sa lunga, ha risposto nell'articolo
che, certo, è ovvio che sia possibile. Ma non è in un anelito tutto islandese
alla verosimiglianza, che vanno cercate le risposte a questo libro. In realtà,
bisogna non cercarle affatto, le risposte: l'universo che l'autrice crea intorno
a Yosoy è uno strano mondo realistico fatto però di assurdo e grottesco, una sorta
di science fiction su un piano molto più concreto; le due sfere sono fuse in maniera magistrale
e la grande magia del libro credo nasca proprio dal conflitto fra questi mondi
che danno vita a qualcosa di perfettamente credibile, un mondo onirico remoto
e allo stesso tempo tangibile, assolutamente mai volgare.
Sicuramente è un libro carico di tante cose; troppe, forse, ed è in questo che
l'autrice si tradisce rivelando la giovane età; troppi i temi e gli spunti che
potevano essere sfruttati altrimenti… be', è ovvio che nemmeno io posso dire troppo,
e se il mio sembra un tentativo per incuriosire i lettori e invitarli alla scoperta
di questo romanzo, confermo: è proprio questa la mia intenzione.
Silvia Cosimini
www.traduttorisns.it
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