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ROMANZO

Causa di forza maggiore
di: Amélie Nothomb / editore: Voland, 2009
traduttore: Monica Capuani - Traduzione dal francese Intervista di Ana Ciurans a Monica Capuani

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Intervista di Ana Ciurans a Monica Capuani
pag. 2 "Causa di forza maggiore" - La Nota del Redattore, Dori Agrosì

 
"Causa di forza maggiore" - La Nota del Redattore, Dori Agrosì

Ci sono libri che si vorrebbe non finissero mai, in realtà sono quei libri dalla cui lettura è difficile staccarsi e allora la stessa lettura si esaurisce d’un fiato. Causa di forza maggiore di Amélie Nothomb, uscito da poco presso l’editore Voland, nella traduzione di Monica Capuani, appartiene a quella categoria che fa eccezione, è un libro che finisce presto ma lascia una netta sensazione di incompiutezza. Si parte con un inizio ben elaborato e per questo intrigante, una sorta di polar alla maniera belga. Un uomo cambia la propria identità, sostituendola a quella di un misterioso e ricco sconosciuto che nel giro di pochi minuti gli muore sotto gli occhi e per di più nel proprio appartamento. Da qui inizia una sorta di intrigo che sembra non giungere a un finale degno di soddisfare i numerosi fan di Amélie Nothomb, quelli che raggiunti dalle ben 39 traduzioni la accolgono ovunque con il clamore di una rockstar, ogni anno puntuali all’uscita puntuale di un suo nuovo romanzo.
Non è facile intuire le intenzioni di questa donna. Almeno questa volta, dove vuole arrivare? La vicenda è in apparenza incompiuta ma a guardar bene sembra voglia proporre un finale circolare, perché probabilmente anche il fatto di vivere sotto falsa identità e per di più sotto l’identità di qualcun altro può rappresentare una sorta di incompiutezza della propria vita, come una pagina che rimane inesorabilmente bianca. Un intrigo psicologico. Un finale metaforico. Un uomo vive l’identità di un defunto sopprimendone un’altra, la propria, quindi quella di un uomo ancora in vita ma senza alcuna intenzione di ritornare se stesso.
Nessuna cineseria stavolta, au contraire. In Causa di forza maggiore, l’intrigo narrativo iniziale è più che altro molto simile a quello dei gialli alla Simenon, ma superata questa fase subentra l’intrigo surreale, ai limiti dell’assurdo, un trompe l’œil degno di un quadro di Magritte. Non è forse geniale tutto questo?
Ma attenzione, a un certo punto l’azione rallenta, i personaggi, si nutrono di alcol senza mai ubriacarsi e oziano per tutto il giorno, in alternativa lui dorme e lei si dedica allo shopping. Una non-vita. Tuttavia lei ha un interesse per l’arte che la spinge a girare per musei. Lui, invece, fruga incautamente nella vita del defunto. Le reazioni dei personaggi sono sempre pacate, anche quelle catastrofiche.
L’autrice ripropone l’elemento del cibo, il personaggio della moglie di Olaf non a caso pranza e cena solo con una bottiglia di champagne. Lui invece, il finto Olaf, oltre al suo pasto consuma anche quello di lei. Ma loro non si annoiano, si interessano uno all’altra. Poi, l’azione riprende ad alta velocità, e i due diventano complici. Il rischio di essere presi con le mani nel sacco li fa scappare e partire insieme il più lontano possibile, verso quella che avrebbe dovuto essere la loro terra d’origine, la Svezia. Ma qui sono ancora più finti, perché sono francesi tutti e due, e per questo forse più credibili agli altri e soprattutto a loro stessi. La loro nuova dimora rispecchia quello che sono realmente e quello che non sono realmente. A differenza del vero protagonista, Olaf, appassionato del lusso sfrenato e del buon gusto, scelgono di vivere in un pessimo posto. Non si fanno scrupoli a sperperarne l’immensa fortuna e a indebitarsi con una finta attività, su iniziativa di lei, collezionando opere d’arte che non sempre comprendono. Autorizzati da una causa di forza maggiore.
Da leggere assolutamente.










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