| GIALLO |

 |
Casi sepolti
di: Ian Rankin
/ editore: Longanesi, 2005
traduttore: Anna Rusconi - Traduzione dall'inglese
Inauguro questo giro minimo per la traduzione di Ian Rankin con due righe tratte
da una recensione di gennaio di Casi Sepolti (Longanesi, 2005), dove l'estensore
cita - o gioia, o gaudio! - la traduttrice per nome e cognome, e spende pure due
parole sul suo lavoro. Troppa grazia. Il suo, di nome, la traduttrice invece non
lo farà: la categoria critici e recensori non avrà certo a patirne, per una volta,
e dalla laconica condiscendenza delle due righe in questione qualcuno potrà invece
divertirsi a risalire al personaggio misterioso. Che scrive: "… quei dialoghi
secchi, pieni di battute allusive e di colpi rovesci tipici della conversazione
anglosassone e difficili in italiano (la traduttrice Anna Rusconi se la cava abbastanza
bene)". Una volta li chiamavano professori di manica stretta.
Ma, eccessi di generosità a parte, il nostro ha ragione. I dialoghi sono, se
non l'unica, senz'altro la principale e più interessante sfida della scrittura
di Rankin. In altri termini, quella più divertente da affrontare. Perché tradurre
Ian Rankin è un vero piacere, e quando penso a John Rebus so, fortissimamente
so, di averlo conosciuto di persona: il nostro ispettore ha la faccia di Ian,
la sua giacca, le sue mani, la sua camminata, la sua scontrosa simpatia. Altroché
John Hannah.
Ma torniamo a bomba: i dialoghi di John Rankin Rebus. La sfida non sta in irriproducibili
giochi di parole che costringono il traduttore a equilibrismi azzardati, invenzioni
poco convincenti, soluzioni tirate per i capelli, né in battute esilaranti e clamorose
in inglese che rischiano di sgonfiarsi di colpo in italiano, né nel ricorso a
impenetrabili corruzioni lessicali e di pronuncia, a espressioni gergali e slang
irreperibili, a riferimenti intertestuali culturalmente impervi. Qualche strizzatina
d'occhio agli ultraquarantenni con trascorsi da rockettari e timide ambizioni
di apertura verso la scena musicale contemporanea, d'accordo. Ma la difficoltà
di tradurre Rankin sta, soprattutto, nel restituirne il passo.
E per passo intendo qui la risultante finale del rapporto interno tra le battute
di dialogo, di quello interno-esterno tra le parti dialogiche e narrative, e di
quello dialettico complessivo tra le voci dei protagonisti. I dialoghi di Rankin,
infatti, non solo reggono in virtù del contesto, ma sorreggono il contesto stesso:
si fanno struttura, scheletro, muro portante. Se descrizioni e plot convergono,
per necessario respiro narrativo, verso i dialoghi, altrettanto vero è che dai
dialoghi si irradia spesso la forza, l'energia fisica su cui plot e descrizioni
crescono.
In questo senso, tradurre bene i dialoghi di Rankin diventa un compito fondamentale.
"Battute allusive" e "colpi rovesci", diceva il recensore innominato. Ma non solo.
La sottigliezza pervasiva dell'ironia e del sarcasmo che prima di quelle battute
alle battute conduce; e il ritmo non stralunato ma incalzante che tra le voci
rimbalza senza mai esaurirsi, creando diversificati spazi di complicità tra il
lettore e i protagonisti, abbozzando ritratti e modellando intelletti di spessore
palpabilmente vario, raccontando insomma un'intera umanità anche attraverso torpori
e défaillance del verbo che non sono mera spalla per i guizzi delle intelligenze
più vivaci e accattivanti, bensì loro complemento di pari dignità.
Il divertimento, insomma, e con esso la gratificazione del traduttore, non sta
nella singola trovata, nella felicità di resa di un "colpo rovescio", nella soluzione
isolata, ma nella più ampia e distesa tenuta dei rimandi intratestuali, nell'intima
coesione tra ruolo e voce, negli echi e nelle risonanze che i vari dialoghi instaurano
tra loro, nella continuità delle intelligenze che abitano i libri di Ian Rankin
- e qui io speriamo che me la cavo davvero.
Se non ho detto di cosa parla Casi sepolti, se è bello o brutto, più riuscito
o meno riuscito degli altri romanzi di John Rebus, me ne scuso: tanti lo hanno
già fatto al posto mio, ripeterei senz'altro cose già scritte. In qualità di traduttrice
dirò invece che, se Faulkner si chiedeva "Ma come fanno quelli che non scrivono?
Non si intasano?", Rankin costituisce ogni volta una piacevolissima e salutare
seduta di purificazione delle mie arterie linguistiche.
Anna Rusconi
|
|
Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
|