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MIGRAZIONI

La casa della moschea
di: Kader Abdolah / editore: Iperborea, 2008
traduttore: Elisabetta Svaluto Moreolo - Traduzione dal nederlandese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Elisabetta Svaluto Moreolo
pag. 2 La Nota del Redattore, Emanuela Mazzucchelli

 
La Nota del Redattore, Emanuela Mazzucchelli

Di solito non do molta importanza alle fascette che cingono i libri, perché normalmente “strillano” troppo, ma quella del romanzo di Kade Abdolah, La casa della moschea aveva assolutamente ragione nel magnificare il romanzo e il suo autore.
Il romanzo narra la storia dell’Iran dal 1969 ai giorni nostri, attraverso le vicende quotidiane di una famiglia che abita nella casa della moschea.
Lo scrittore descrive, con garbo, come l’Islam sia agli antipodi dell’integralismo religioso che gli ayatollah al potere impongono con leggi inique e inumane e come, questo regime, con le sue atrocità, venga vissuto dal protagonista, Aga Jan, e dai suoi famigliari.
Con l’ascesa al potere di Komeini, e la conseguente rivoluzione integralista, Aga Jan si trova ad affrontare la violenza quotidiana, la mancanza di libertà, ma nonostante tutto non perde la sua visione serena della fede, non cede alla follia integralista, conserva la propria integrità morale, per lui ogni prova che Allah manda sulla Terra è vissuta come necessaria per accrescere la fede.
La narrazione scorre molto fluida e ogni componente della famiglia accoglie il lettore, a cui sembra davvero di essere ospite in casa di amici che raccontano le proprie vicissitudini quotidiane, più o meno liete; attraverso esse prende forma la storia dell’Iran, quarant’anni di una nazione in balìa della religione, dove una parte della popolazione, che vuole essere comandata, viene coinvolta dal fanatismo e acclama il potere forte.
Il fanatismo religioso degenera creando odio anche fra persone che hanno sempre vissuto fianco a fianco, le città e le persone stesse cambiano in funzione degli avvenimenti storici, alcuni individui carichi di odio e di ignoranza, trasformano la fede in repressione e la popolazione non si riconosce più in se stessa.
Tutto ciò ha portato ad identificare l’Islam con l’integralismo religioso senza tener conto della maggior parte dei fedeli moderati che anche se praticanti non si identificano con una visione violenta e guerrafondaia della religione.
La vita delle persone che ruotano intorno alla moschea è molto ben descritta: scopriamo così che la funzione e l’organizzazione del bazaar non era finalizzata solo al commercio ma rappresentava il fulcro della vita sociale e politica della città, che nella tradizione ricorre spesso la figura del tappeto che è un po’ il simbolo dell’oriente e scopriamo i trucchi e le astuzie per creare sempre disegni nuovi.
La moglie del protagonista è una donna che sa tessere con maestria questi capolavori e non è relegata dietro un velo ma rappresenta il punto di riferimento per il suo uomo.
Nonostante il mondo intorno a loro, a un certo punto sembra perdere lucidità, Aga Jan e la moglie Zeynat affrontano la loro vita ed i loro momenti più dolorosi, come la perdita di un figlio, con dignità e non rinunciano mai a pregare questo Dio che sembra voglia punire con la sua legge ogni minima rilassatezza, ma che ai loro occhi non si confonderà mai con quella che gli integralisti vogliono propinare come la legge del Corano.
Per lo scrittore che ha vissuto nel suo paese d’origine una vita costellata di vicende veramente drammatiche, fino a dover fuggire, questo romanzo segna un armistizio col proprio passato. Ora, vivendo in Olanda come rifugiato politico ha ritenuto opportuno scrivere La casa della moschea per raccontare all’Europa come l’Oriente sia popolato sì da molti fanatici che ne offuscano lo splendore culturale, ma anche da moltissime persone che non usano la propria fede per offendere il prossimo.









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