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ROMANZO

Cani selvaggi
di: Helen Humphreys / editore: Playground, 2008
traduttore: Caterina Cartolano e Daniela Fortezza

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota delle Traduttrici, Caterina Cartolano e Daniela Fortezza
pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Ana Ciurans

 
Nota della Redazione, articolo di Ana Ciurans

A volte sembra che sia stato tutto scritto o che comunque quello che si scrive ora non sia quello che consideriamo indispensabile. Le ricerche infruttuose intaccano nel tempo lo spirito avventuriero e instancabile di ogni collezionista degno di tale nome (e il vero lettore lo è) e che soffre ogni volta che un libro lascia la sensazione di averne potuto fare a meno. I libri, un po’ come i fiori, germogliano dentro di noi nelle stagioni giuste, ma spesso quando se ne scostano e ci prendono di sorpresa, spaziando dalla meraviglia al raccapriccio, senza dare spiegazioni. Succede e basta. Succede con questo libro, sul quale vale la pena fermarsi in qualunque momento capiti tra le mani. Cani selvaggi, il quarto romanzo di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese, il primo tradotto in italiano, è un romanzo meraviglioso che si scosta dalla normalità, pur rosicchiandola fino a lasciarla all’osso, e germoglia, sboccia, mette radici dentro al cuore selvaggio che in ognuno di noi aspetta una stagione ancora sconosciuta. È un’opera così femminilmente riconciliatrice con la natura, concepita come complesso vivente di creature animali e vegetali, da risultare necessaria per vagliare una nuova umanità. Non conosco gli altri libri dell’autrice ma posso dire che mentre si legge Cani selvaggi avviene una sospensione del tempo. Si apre uno spazio dove vorresti fermarti, lontano da supermercati, autostrade, vie del centro e dall’assetto urbanistico con cui sono reticolate le nostre vite. Uno spazio interno, intimo e per questo selvaggio, che dona una percezione degli esseri oltre la divisione in specie. Ovvero uomo, donna, o bestia, fulcro di gratuite discriminazioni di status. Un non luogo che sradica uno degli ultimi tabù della nostra civiltà e cioè l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio di alcuni esseri viventi su altri, lasciando fluire in questo posto finora inabitato e inesplorato, un profondo senso di pace e di piacere.
La storia ripercorre la vicenda di sei cani Hawk, Scout, Sidney, Georgie, Lopez e Cane. I sei protagonisti della vita di Alice, Jamie, Malcom, Walter, Rachel e Liliy che abbandonano l’agiata vita da cani mantenuti per l’improbabile esistenza selvaggia nel bosco. Sovvertendo i ruoli e gettando i «padroni» in un’assoluta crisi d’identità da spalancare l’abisso che ogni uomo si porta dentro. La paura dell’abbandono degli esseri da cui crediamo essere amati incondizionatamente. Dai loro incontri ai confini del bosco, nel disperato tentativo di farsi dare una spiegazione e di recuperare l’amore, i sei impareranno dai cani maestri che «sono tutto quello che le persone dovrebbero essere» ad affrontare le proprie vite. Attraverso il loro racconto polifonico, l’autrice allenta e inasprisce la tensione senza nessun artificio letterario, senza cercare contropartite, ma sputando verità che portano il marchio inconfondibile di ciò che si è pagato sulla propria pelle:
[…] «Ma per mantenere vivo il ricordo di te non dispongo del lusso dell’abitudine. Abbiamo avuto istanti, ma nessuna routine. Non mi resta nulla di te se non quello che riesco a ricordare o a immaginare, e temo che presto le due cose non si potranno più distinguere» […]. Chiudendo con un finale a sorpresa tanto duro da risultare doloroso ma senza gettarci nella disperazione. Nel frattempo abbiamo già imparato qualcosa. Perché amore, abbandono, istinto e natura, uomini e cani escono da questa storia puliti da qualsiasi forma di paura. Un vero romanzo di formazione, di rieducazione a un’altra esistenza in cui si può vivere solo se si accettano le emozioni selvagge che brulicano nel cuore di ogni essere vivente.
[…] «So che mi lascerai. So che ti amerò per sempre. So che non posso essere salvata, e nemmeno Jamie e nemmeno tu. Andremo avanti, soli, in uno spazio che un tempo abbiamo definito insieme. So che il mondo nel quale esistevamo non sarà in grado di ricordarci. So che questo non potrà mai essere quello, che la fede non è credere ma lottare per credere» […].

Ana Ciurans








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