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Il calcio rubato
di: Ulf Peter Hallberg
/ editore: Iperborea, 2006
traduttore: Massimo Ciaravolo - Traduzione dallo svedese
Traduco dal 1987 e non l'ho mai fatto a tempo pieno. La situazione che reputo
ideale è combinare il lavoro solitario del ricercatore e traduttore con la dimensione
dialogica e interpersonale dell'insegnamento. Ho insegnato inglese e tedesco nelle
scuole serali e diurne; poi nel 1996 ho avuto la fortuna di diventare ricercatore
di lingue e letterature scandinave all'università, e dal 2005 sono professore
della stessa materia. Come studioso di lingua e letteratura mi è sempre parso
che nessun lavoro di analisi linguistica e testuale sia più profondo e capillare
della riscrittura nella traduzione. Il testo ti passa dentro; lo devi rivivere
e ricostruire in ogni suo segmento. Purtroppo, a causa degli impegni in università,
vedo che diminuisce il mio tempo per il lavoro paziente e concentrato del filologo
(nella sua accezione letterale di chi ama i testi e le parole). Fortunatamente
collaboro con un editore che conosce la mia situazione e l'accetta. Il patto funziona
più o meno così: una traduzione ogni tanto e con tempi non stretti di consegna;
da parte la mia, la scelta cade su testi e autori veramente importanti per il
mio lavoro di studio e ricerca.
Il rapporto con l'autore Ulf Peter Hallberg nacque verso il 1998, quando gli
scrissi a Berlino, dove abita, per dirgli che avevo letto il suo libro "Flanörens
blick" - che poi avrei tradotto per Iperborea come "Lo sguardo del flâneur" -
e che mi aveva colpito molto. Come studioso ero impegnato in quegli anni a scrivere
un libro, poi uscito nel 2000 in svedese, sulla ricezione e attualizzazione della
figura letteraria del flâneur nella letteratura di lingua svedese tra fine Ottocento
e primo Novecento, a Stoccolma e a Helsinki (qui tra la minoranza di lingua svedese).
Lo scrittore stoccolmese Hjalmar Söderberg (1869-1941), di cui ho tradotto "Il
gioco serio" (1912) per Iperborea, era il fulcro di quella ricerca. A Ulf Peter
Hallberg, forse, non sembrò vero che un italiano scandinavista nutrisse le sue
stesse originali passioni. Hallberg ha tradotto dal tedesco in svedese buona parte
delle opere di Walter Benjamin, dove la figura del passeggiatore parigino, il
flâneur, ha una posizione importante, di grande ispirazione per tutti coloro che
si occupano di queste stranezze ottocentesche.
In breve, siamo diventati amici. Sembra il puro idillio, mi rendo conto, ma a
volte succede così: lo scrittore e il "suo" traduttore si sentono anime gemelle.
Questo ha dato alla traduzione de "Il calcio rubato" condizioni esteriori del
tutto particolari e favorevoli. Non solo abbiamo potuto incontrarci a più riprese
per discutere del testo e delle mie scelte di traduzione (non dico che questa
sia una condizione consigliabile in assoluto, ma che per me e per l'autore è stato
importante). Intanto il testo di "Den stulna fotbollen", che aveva il suo nucleo
nei dieci racconti sui mondiali di "Italia '90" pubblicati da Hallberg nel 1990,
si stava arricchendo di una nuova cornice narrativa, che prendeva forma in relazione
al progetto di traduzione italiana. Hallberg sentiva che, se l'operazione di ripescare
quel suo viaggio italiano doveva avere un senso, egli doveva attualizzarlo nella
sua scrittura, far sentire il tempo trascorso e il recupero della memoria. Come
traduttore mi sono così trovato nell'officina dell'autore; non dico nella stanza
più segreta, ma nei locali adiacenti. Ed è stata un'esperienza umana e professionale
dalla quale ho imparato molto e grazie alla quale sono cresciuto. Qualcuno dice
che per essere bravi scrittori si debba essere cattive persone, o per lo meno
egoiste, concentrate unicamente sulla propria creazione. Non saprei. Ma così non
è per Ulf Peter Hallberg, questo è sicuro.
Ulf Peter Hallberg non capiva molto di calcio nel 1990, ma aveva dalla sua la
lingua e lo sguardo. Per lui non è stato un problema acquisire quella terminologia
tecnica che fa parte della cronaca calcistica. A me, che dall'oratorio all'adolescenza
ho giocato a calcio e raccolto figurine, quel tipo di linguaggio settoriale era
noto. Dovevo stare attento a non cadere nel cliché parolaio dei tuttologi del
pallone. Ma da questo punto di vista l'uso da parte di Hallberg è molto misurato:
non sposa quel linguaggio ma può usarlo; e io ho cercato di aderire a questa sua
attitudine.
Lo sguardo di Ulf Peter Hallberg verso l'Italia è empatico e critico. Quando
i nordici viaggiano in Italia, il rischio del luogo comune, negativo o positivo,
infernale o solare, è dietro l'angolo. Non così per Hallberg. Trovo che la sua
esperienza italiana, che diventa esperienza esistenziale al di là di ogni appartenenza
nazionale, riesca a entrare in contatto con i nostri modi d'essere più profondi.
Vorrei concludere illustrandolo con un esempio, che riguarda Napoli e i napoletani
(io stesso sono di Torre del Greco, sebbene abbia vissuto quasi tutta la mia vita
a Milano). Siamo nella drammatica serata della semifinale contro l'Argentina:
"Ero lo straniero che avete invitato a pranzo a casa vostra, lo sconosciuto di
cui vi siete fatti carico, l'uomo condotto sulla terrazza del palazzo antico a
bere vino e a guardare le stelle. Siete stati voi a puntare al cuore, e io ad
annuire.
Ricordo i vostri sguardi e la vostra attesa, le vostre camicie bianche e i vostri
occhi vivaci, i vostri berretti e le banderuole; ricordo le vostre belle donne
che ridevano imbarazzate, ricordo come gridavate e ciarlavate. "Pepè e Mario -
Ora no - Ma perché - Venite prima qua! Da questa parte! Adesso dove sono? Non
ho tempo. Statevi accorti! Dov'è tuo fratello - e Maria quando viene?" (pp. 80-81)"Credo
che se non avessi sentito la capacità di totale empatia dell'autore verso i nostri
modi, anche linguistici, mai avrei osato, come ho fatto, tradurre le frasi di
discorso diretto con un accento di dialetto, seppure italianizzato. Avrei scritto
"state attenti" o "fate attenzione" ma non "statevi accort"i, che è un'espressione
napoletana. Credo sia stata la prima occasione in cui, come traduttore, mi sono
concesso una simile licenza, grazie a Ulf Peter Hallberg.
Massimo Ciaravolo
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