| PERSONAGGIO |

 |
Bruno Berni, traduttore letterario dal danese
Premio Gregor Von Rezzori 2012 per la traduzione letteraria
Traduttore dal danese. Forse una rarità, o quasi. Come hai deciso di imparare
questa lingua?
Abbastanza una rarità, è vero, e tutto sommato è una sensazione piacevole. Non
tanto, come si penserebbe, per la condizione lavorativa con limitata ‘concorrenza’
– che pure è un aspetto positivo – quanto piuttosto per la consapevolezza di appartenere
a un ristretto gruppo di sfollati che in giro per il mondo si occupa di diffondere
la letteratura danese in tante lingue, ovvero di fare da cassa di risonanza a
una letteratura che senza l’apporto di quella piccola armata sarebbe prerogativa
di poco meno di sei milioni di parlanti. Poi è un vero piacere che il governo
danese abbia una politica culturale che vizia quello sparuto manipolo, e nel corso
degli anni – fra inviti alle fiere del libro e seminari vari – ha fatto nascere
fra molti di noi delle sincere amicizie. Tutto questo è un punto in più che mi
spinge a chiedermi cosa mi sarei perso se quel giorno, tanti anni fa, non avessi
scelto di affiancare al tedesco lo studio delle lingue nordiche. Perché l’ho fatto?
In tutta onestà fu un caso: studiavo tedesco, appunto, e dovevo scegliere un’altra
lingua. L’inglese era troppo affollato per il mio carattere, le nordiche erano
‘a misura d’uomo’. Una scelta d’istinto. Solo in seguito mi è tornata alla memoria
una serie di ‘cose’ nordiche che da piccolo mi avevano affascinato in maniera
particolare nelle mie letture, soprattutto in Verne.
Ti capita di avere la curiosità di sapere come è stato tradotto in un’altra lingua
uno stesso romanzo che tu hai tradotto in italiano?
Un tempo mi capitava di sbirciare le traduzioni nelle lingue che bene o male
conosco. Ora non più, ho capito che in fondo non è utile, che ci sono anche modalità
diverse nel trattamento del testo, e che in fondo la versione italiana devo farla
io, se possibile a mente pulita. Poi ormai si lavora spesso a ritmi così serrati
che talvolta non solo è impossibile trovare la traduzione, ma lo stesso testo
originale non è ancora uscito e non di rado lavoro sull’ultima bozza. Però i testi
ai quali spesso lavoriamo contemporaneamente sono fonte di lunghe conversazioni
con il già citato manipolo di traduttori di altri paesi e spesso i problemi sono
comuni e se ne parla con piacere.
Quanto sei soddisfatto di quello che traduci?
Sono abbastanza soddisfatto. Farei volentieri più classici, mi piacerebbe fare
molta più poesia, ma come dire… questo è un lavoro, l’attività la fa il mercato
e al traduttore fa anche bene cambiare genere, variare il registro. Però differenzio
molto le mie proposte, le distribuisco in base alle caratteristiche dell’editore,
cerco di mantenere costante il rapporto percentuale fra letteratura di genere,
classici moderni, poesia, mantengo una buona dose di progettualità, che ormai
spesso è prerogativa della piccola editoria. La mia idea è che il lettore italiano
legge ormai le stesse cose che ha in mano il lettore danese e le legge più o meno
nello stesso momento, ma quello che gli manca è la base, il passato: buona parte
del Novecento danese è stata ignorata in Italia, per non parlare dei grandi classici
dell’Ottocento. Nel mio piccolo provo a rimediare a questa lacuna, per esempio
recuperando titoli dimenticati.
Di solito sono gli editori che ti chiedono una traduzione o il contrario?
Di solito c’è un equilibrio fra le due cose. Come ho già detto, ho una linea
che seguo, parallelamente alle commissioni che ricevo. Perciò in qualche modo
fra le cose che traduco c’è comunque una percentuale abbastanza alta di cose che
propongo io. Seguo il mercato ma seguo anche i miei gusti e le mie letture personali.
Inoltre bisogna anche tener conto che traducendo dal danese, ovvero da una lingua
piuttosto rara, per molti editori ho spesso anche la funzione di lettore per valutare
l’opera che altrimenti non potrebbe essere letta: nessun editore ha persone interne
in grado di leggere una lingua nordica. Poiché come lettore sono molto severo,
in genere finisco per tradurre cose che in qualche modo mi piacciono. Ma non sempre,
naturalmente…
Quanto cambia in una traduzione il fatto di conoscere l’autore e tradurlo?
Conoscerlo personalmente? Non serve certo a chiedergli soluzioni per la traduzione.
Ma la Danimarca è un paese piccolo, Copenaghen è una città di dimensioni ridotte,
finisco per conoscere tutti gli autori (viventi) che traduco. Molti li conosco
già prima di tradurli per la prima volta. Del resto ho vissuto per lunghi periodi
nella capitale, ci sono un paio di scrittrici molto in voga che conoscevo prima
che diventassero scrittrici, mentre lo stavano diventando, mentre io stesso diventavo
traduttore.
Incontrare uno scrittore significa anche capirlo un po’ di più, sapere cosa pensa,
come agisce, conoscere la sua gestualità. Soprattutto nella poesia può essere
determinante avere quelle sensazioni in più che non derivano solo dal testo scritto.
Poi capita anche di lavorare avendo in mente l’autore, capita di fare della traduzione
quasi un omaggio alla persona, un gesto di amicizia, di stima, il risultato di
un’affinità che rende il lavoro un’esperienza, come mi accade spesso con un poeta
che è anche un amico come Morten Søndergaard: è un lavoro senza fine, perché mi
capita di tradurre le sue poesie prima che siano stampate, talvolta prima che
raggiungano la forma definitiva. Ma conoscere uno scrittore può significare anche
altro, per il destino di una traduzione. Per esempio ho in corso da anni – la
riprendo in mano di tanto in tanto – la traduzione della Valle delle farfalle
della grande Inger Christensen, un testo difficile, una corona di sonetti, ovvero
quindici sonetti legati, e ricordo le lunghe conversazioni con lei sull’opportunità
o meno di tradurre in rima. Lei riteneva che non fosse necessario, mentre la mia
posizione era che il sonetto è una forma di origine italiana e come tale dovevano
essere sonetti veri, come del resto sono in danese, sebbene questo renda molto
più difficile e lunga la traduzione. Mi promise che avremmo fatto delle letture
insieme, che avrebbe imparato a leggerlo in italiano. Quelle letture non le abbiamo
fatte, Inger Christensen morì poco tempo dopo, la traduzione ha perduto la sua
motivazione, il testo è fermo. Conoscere uno scrittore significa anche questo.
Come spieghi il successo della letteratura scandinava, soprattutto noir?
Il ‘giallo’ nordico è un brand riconoscibile fin dagli anni Sessanta, da Sjöwall e Wahlöö: la sua esplosione
recente in Scandinavia, più o meno alla metà del primo decennio del nuovo millennio
– ma già da diversi anni esistevano il fenomeno Mankell e casi isolati come Il senso di Smilla per la neve – ha avuto come naturale conseguenza una diffusione molto ampia, come un tempo
era molto ampia la diffusione del poliziesco di stampo anglosassone. L’aspetto
molto positivo è che l’ondata di gialli nordici ha portato con sé la riscoperta
di quelle letterature, la nascita di un’ampia attività di scouting, finalmente la definitiva consapevolezza che al nord non esistono solo romanzi
di pescatori e atmosfere bergmanniane, ma una produzione letteraria ricca, di
elevata qualità, tutto sommato non troppo lontana dalla nostra cultura. A guardare
bene sugli scaffali delle librerie si trovano moltissimi gialli nordici, ma c’è
anche molta letteratura scandinava non di genere.
Ciascuno di noi interpreta il testo attraverso la propria sensibilità, adattandolo
alla propria lingua senza sfigurarlo. Nel caso della letteratura danese, qual
è il tuo compromesso di fronte ai limiti grammaticali, semantici e non per ultimi
culturali, scegli di dire la stessa cosa o quasi la stessa cosa?
Cerco di dire la stessa cosa. Anche se la lingua è diversa. Ma un testo non è
solo lingua: un testo è parole, sonorità, sensazioni, è frutto della cultura che
c’è dietro. Cerco di mettere il testo di origine sul piatto di una bilancia e
poi di riempire l’altro piatto con il mio testo fino a raggiungere l’equilibrio
migliore che riesco a ottenere. Qualche volta è più facile, qualche volta è più
difficile, anche per un’affinità o meno con il testo, ma questo fa parte del gioco.
Dopo i diversi premi ricevuti all'estero, cosa significa per te aver ricevuto
il Premio Von Rezzori 2012?
È una grandissima soddisfazione, un onore, un po’ mi spaventa anche. Ho ricevuto
premi in Danimarca, sono molto fiero di averli avuti ed è bello che un paese abbia
un occhio di riguardo per chi si occupa della sua cultura. Ma sono italiano e
in Italia non avevo mai avuto niente. Del premio sono felice e sono felice che
– mi sembra – questo paese apprezzi finalmente chi fa questo lavoro: vedo diffondersi
premi, incontri, dibattiti sulla traduzione, vedo aumentare la presenza di questo
importante mestiere sulla scena pubblica e credo che il ruolo del traduttore (che
spesso, appunto, ha anche una funzione che va oltre la traduzione) nel processo
editoriale sia fondamentale. Manca ora un riconoscimento economico soddisfacente
a questo ruolo. I traduttori di lingue nordiche sono – giustamente – una riserva
sufficientemente protetta, ma per altre lingue più diffuse ho sentito di tariffe
che dovrebbero far riflettere…
Dori Agrosì
|
|
Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
|