Avevo mille vite e ne ho preso una sola
di: Cees Nooteboom
/ editore: Iperborea
traduttore: Marco Agosta, Fulvio Ferrari - Traduzione dall'olandese
Nota del Redattore: Alessandra Zuliani
Quando avviene la trasmigrazione delle anime? Perché viaggiare? Di cos’è fatta
una città? Cosa ne facciamo delle persone che abbiamo incontrato?
Gli appassionati lettori di Cees Nooteboom ritrovano in questa antologia, curata
dal saggista e filosofo tedesco Rüdiger Safranski, alcune tra le citazioni più
significative dello scrittore, frammenti di romanzi e poesie che hanno reso unica
la voce dell’olandese viaggiante più volte candidato al premio Nobel. Anche il lettore intorpidito potrà scoprirne
il profilo e seguire le tappe più significative del suo percorso nel labirinto
del tempo e delle parole, nell’aleph dei tanti mondi vissuti e ritrovati come
spettatore. Un collage di immagini che ruotano intorno al confine tra reale e
immaginario, tra viaggio e illusorietà. Scriveva Borges, il grande artefice delle
finzioni, colui che rivoluzionò il concetto di immaginazione: «Un uomo si propone di
disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province,
di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri,
di cavalli e di persone. (…) scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
l’immagine del suo volto». Ecco che in Avevo mille vite e ne ho preso una sola (Iperborea, Milano, 2011), verso di una suggestiva poesia di Cees Nooteboom dal
titolo Marea, si delinea il volto dello scrittore, un tempo marinaio dall’Olanda al Sudafrica,
presente come cronista nei momenti cruciali della storia europea, amante dell’arte
e viaggiatore instancabile. È così che l’universo letterario ha ereditato uno
sguardo sempre attento e introspettivo sulla finestra del mondo. Il viaggio è
dunque il tema centrale della silloge tratta dalle opere di uno scrittore eclettico,
autore di prosa e poesia, che si è affacciato alla scena letteraria a ventidue
anni con il romanzo – on the road – Philip e gli altri (1955), raggiungendo il successo internazionale con Rituali (1980) e Il canto dell’essere e dell’apparire (1981). L’esperienza che si respira nella raccolta di Safranski è il desiderio
dell’oltre, il richiamo al valore della scoperta che Chatwin attribuiva all’uomo
nomade, ovvero colui che viaggiando allarga la mente e le dà forma. Nooteboom
si riconosce nella «categoria di quelli che vedono al di là della collina» e concepisce
il viaggio come digressione, un labirinto che inevitabilmente si snoda da quella che in olandese si definisce
roep, ovvero la fama che un luogo possiede ancor prima del viaggio. I frammenti scelti per l’antologia
possono essere sfogliati come istantanee nell’album del vissuto dello scrittore,
presente a tanti avvenimenti decisivi della storia contemporanea. Il racconto
è ancora vivo, l’emozione palpitante, e il lettore diviene spettatore nella meta-narrazione
che riesce a varcare i confini del tempo: Budapest 1956, Dallas 1963, Parigi 1968,
Berlino 1989, Petzow 1990, Iraq 2008. E un brivido scende allo scatto profetico
di New York 1975: «Nel pallido sole del mattino mi trovo di fronte al World Trade
Center (…). Scintillanti d’argento, le due torri si ergono lì accanto al fiume,
riducendo tutto il mondo a qualcosa di antiquato, eppure, in qualche modo, appaiono
vulnerabili, fragili, cose destinate a non durare, che un giorno si accasceranno
con un sospiro, accartocciandosi come carta di sigarette. Io non c’entro, nessuno
vuole entrare dentro un ornamento».
Un altro profilo: Cees Nooteboom traduttore di poesia spagnola, catalana, francese
e tedesca e di autori di teatro in lingua inglese. Tra le pagine esalta l’unicità
della lingua olandese, che definisce lingua segreta, riconoscendosi così un privilegiato di fronte allo straniero che non può leggerla
né comprendere le atmosfere intime di Amsterdam, che seduce con la sua «leggera
malinconia di città di porto».
Come il Monaco in riva al mare di Friedrich, al lettore non resta che contemplare e interrogarsi al di là dell’abisso
del tempo e seguire le orme dello scrittore nel collage eterogeneo e completo
della sua opera.
Alessandra Zuliani
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