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Appunti da Urbino
di: Dori Agrosì

Dal 15 al 17 ottobre scorso i traduttori letterari si sono riuniti nella splendida cornice di Urbino per assistere alle Giornate della Traduzione Letteraria, un evento che già alla seconda edizione si è affermato come un appuntamento annuale imperdibile per poter tenere vivo il dibattito con gli editori su temi di comune interesse per entrambe le parti.
Ai traduttori interessa da sempre far leva su argomenti che mirano ad un adeguato rispetto della categoria, gli editori mirano ad un adeguato rispetto del gioco delle parti. Le Giornate sono iniziate con interventi di traduttori che hanno messo in rassegna i vari generi della letteratura e perciò della traduzione. È stato interessante sentire che nella ritraduzione dei classici, antichi e moderni, il traduttore riesce a svecchiare l'opera, anche e spesso, attraverso gli errori delle edizioni precedenti. Nella traduzione per la poesia è importante capire la poetica dell'autore prima di tradurlo o recensirlo. Nella traduzione per il teatro bisogna fare delle prove di voce, misurare la battuta un po' come nel doppiaggio. Si è accennato perciò al traduttore come "inventore di lingua" e l'impronta del traduttore emerge soprattutto nella traduzione "superfirmata" anche se l'intento è sempre quello di aderire al massimo all'autore. Ciononostante si stenta ancora a riconoscere il lavoro del traduttore e della traduzione, il traduttore lavora alla costruzione di un nuovo libro ed è quindi anche lui stesso "autore". È perciò utopico pensare che nella versione tradotta non ci sia la sua "cifra stilistica". Nella seconda parte del dibattito la parola è passata agli editori che hanno delineato la figura dell'editor, del revisore, che deve scegliere la pista interpretativa del traduttore. L'editor è il "primo vero lettore" della traduzione, è capace di sentire cose che il traduttore non è più in grado di sentire; si avvicina con uno sguardo assolutamente diverso sullo stesso testo. Il traduttore resta in assoluto colui che conosce meglio il testo e la tonalità dell'autore e ne rappresenta la specularità. In tutto questo la vera protagonista del gioco è la lingua che ha valore creativo e di conseguenza un testo letterario ambisce sempre a inventare un linguaggio e il conflitto/complicità tra editor e traduttore sembra quasi obbligatorio. Il dibattito riguardante il traduttore e i mezzi di comunicazione si è aperto con la domanda "Qual è l'immagine del traduttore che emerge dai mezzi di comunicazione?" Probabilmente la risposta più sincera è stata quella di ammettere che la figura del traduttore all'interno dei media è zero. Evidentemente al traduttore non viene MAI offerta l'occasione di parlare dell'opera e dell'autore di cui si è occupato e che ne conosce i dettagli e le tonalità più di tutti gli altri poiché in quei dettagli e in quelle stesse tonalità ne mimetizza la propria lingua e la propria cultura. Non avrà più lo sguardo fresco dell'editor, probabilmente perché su quell'opera e su quell'autore ha dovuto compiere uno studio certosino. In questo senso il traduttore è sempre più professionale ma tra tutti rimane sempre il meno pagato. Questo traduttore avrebbe pieno merito di dire la sua e magari anche il lettore medio comincerebbe a porsi il problema della traduzione e del traduttore. È ovvio pensare come ha poi concluso Marino Sinibaldi che i traduttori devono collaborare, organizzarsi e fare clubbing, lobbying, bombing

 

Dori Agrosì









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