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Gli anni della pioggia - Carlo Carabba, peQuod 2008 - Nota del Redattore, Simona Dolce
Nota del Redattore, Simona Dolce
Cominciamo dalla parola. Che ritma il tempo e lo produce e ne è prodotta. E la
parola è sì quotidiana, consueta, amica, ma filtrata da anni di studi, filosofie
e poetiche che la germogliano continuamente, che la cercano e ne sono cercate.
In Carlo Carabba lo studio e il passato sono l’intima ossessione poetica. Cominciamo
dalla parola che suona come un canto nostalgico verso un passato (quello della
storia, quello dei libri che diventano compagni di viaggio e che poi diventano
il viaggio stesso) che non potrà mai più essere vissuto e un inno a un futuro
così distante che se ne può già provare nostalgia. Lo spazio temporale dello studioso
si fa vasto, si fa prossimo all’illimitato e come per contrasto, con forza e stupore,
vi è qui il quotidiano delle minuscole cose che traboccano di quel senso di gigantesco,
che ne esplodono in una vertigine in cui quell’uomo particolare scopre il meccanismo
di detonazione del proprio universo spirituale.
Gli anni della pioggia è un libro sul ricordo come frutto di un percorso culturale e cardine ossessivo
di un percorso poetico. Il ricordo è il luogo in cui è possibile (doveroso forse?)
interrogarsi, in cui «ogni distanza coperta vuol dire / nuove distanze da coprire.
/ E sono sempre dove / sono e mai altrove, / e porto ogni mio bene / e porto ogni
mio male». Dall’immagine particolare e quotidiana, dai paesaggi urbani, da episodi
dell’infanzia scaturiscono vertiginosamente quesiti assoluti e imprescindibili
che costringono il lettore non alla dimensione del pathos, ma a quella dell’intima
indagine intellettuale che qui non è raziocinante, bellicosa o incomprensibile
ma che nel poeta si è fatta naturale attraverso il cammino culturale e nei versi
si manifesta naturale attraverso la parola mansueta, placida, mai feroce.
Ne sono stata inquietata perché Carabba scrive di una bellezza di pavimenti consumati
e verde polveroso di divani dentro cui vedo la bellezza del concetto. Leggendo
e rileggendo i versi di Carlo Carabba ho provato la sensazione che mi sfuggisse
qualcosa, e credo che sia proprio l’inafferrabile nei piccoli gesti quotidiani,
l’incompiutezza dell’io di fronte al presente che scappa, la particella di inconoscibile
(che può diventare un universo) il senso profondo della sua poetica. Gli anni della pioggia mi lascia una mancanza, sedimentata e atavica, e un senso di malinconia rispetto
a quello che non conosco e che perdo.
Al lucido disincanto rispetto alla realtà delle cose, alla violenza delle cose
che si impongono granitiche
e assolute, si contrappone qui l’incanto del ricordo (inevitabilmente mutevole)
che è capace di recuperare il valore del dettaglio, del particolare. E qui c’è
quello che si dovrebbe esigere dalla letteratura, l’atteggiamento di ascolto e
poi di riflessione sulla realtà che però è possibile solo se si fa riferimento
a un tempo che non è più, a un presente che è stato. La lingua che è spesso strumento
di menzogna e mistificazione qui riacquista, o meglio recupera, la sua ambiguità
per recuperare le ambiguità dell’io. Ci si interroga sul tempo e sullo spazio
attraverso il tempo e lo spazio dell’io in un movimento di estroversione e poi
di riflessione, di allontanamento e di riappropriazione che implica sempre l’io.
«Di notte spesso immagino / che mi risveglierò in un certo / tempo del mio passato.
/ Ma è sempre il
giorno dopo / e sono la mia scia di privazione / e il fumo che ho soffiato. /
E da seguire / non ho strade o sentieri solamente / due tempi che non sono e uno
che fugge», mi pare che qui ci sia molta della poetica di Carlo Carabba e ho sentito
che c’è anche molto che mi appartiene profondamente.
Simona Dolce
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