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ROMANZO

Ancòra
di: Hakan Günday / editore: Marcos y Marcos, 2016
traduttore: Fulvio Bertuccelli - Traduzione dal turco

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Ancòra - Nota del Traduttorre
pag. 2 Fulvio Bertuccelli, il traduttore

 
Ancòra - Nota del Traduttorre

Hakan Günday, nato a Rodi, nel 1976 è uno dei principali protagonisti del panorama letterario turco negli ultimi quindici anni. È approdato in Italia con il romanzo A con Zeta pubblicato da Marcos y Marcos nella mia traduzione. Ancóra (Titolo originale dell’opera Daha) viene pubblicato in Turchia nel 2013 e si configura come uno dei romanzi più ambiziosi e impegnativi dell’autore. Ancóra è la storia narrata in prima persona di Gazâ, figlio di un trafficante di uomini, Ahad. A soli nove anni Gazâ è costretto dal padre a prendere parte al commercio di esseri umani che fa da sfondo al lungo itinerario che i migranti clandestini provenienti dall’Asia centrale e dal Medio Oriente affrontano per raggiungere le proprie mete europee conoscendo esclusivamente una parola turca, ancóra (daha) per chiedere ancora pane, ancora acqua, ancora aria. Il romanzo è diviso in quattro parti Sfumato, Cangiante, Chiaroscuro e Unione, le quattro principali tecniche della pittura rinascimentale che scandiscono la prevalenze di ombra e di luce segnando l’incupirsi e il rischiararsi della narrazione.
Gazâ è un ragazzino fuori dal comune. Studente brillante a cui viene strappata l’innocenza diviene il geniale e sadico custode della prigione in cui i clandestini attendono di essere trasferiti, una cisterna appena fuori la squallida cittadina di Kandalı nei pressi della costa egea. Gazâ provvede a nutrirli e curarli ma anche a vessarli e farne delle cavie per crudeli esperimenti dalla velleità scientifica sul comportamento umano. Una notte di pioggia segna una svolta dalla violenta routine a cui sembra condannato il ragazzo. Il camion zeppo di clandestini guidato da Ahad esce di strada e Gazâ, dopo aver trascorso giorni terrificanti sommerso da una massa di cadaveri in decomposizione, si ritrova finalmente libero dalla tirannia del padre, morto nello schianto. Deciso a coltivare in modo implacabile e senza scrupoli le proprie capacità intellettuali e la propria istruzione, il protagonista si dibatte in un disperato tentativo di rinascita alla ricerca dell’innocenza perduta, attraversando orfanotrofi, manicomi e stanze d’albergo; un percorso tortuoso e doloroso segnato dalla tossicodipendenza, vissuto con l’angoscia perenne del ritorno di un passato orribile sempre pronto a riemergere. Il solo barlume di innocenza a cui Gazâ può aggrapparsi è un origami, una rana di carta salterina, regalo di Cuma (Venerdì), un clandestino afghano morto durante il trasporto il cui ricordo diviene il suo unico amico e, in un certo senso, la voce della propria coscienza.
Ancóra non si limita a trattare con cruda minuzia un tema di stringente attualità quale può essere la migrazione. I cambi di ambientazione e la ricchezza delle tematiche trattate nelle digressioni di cui è disseminato il testo ne fanno un’opera per certi aspetti dal sapore filosofico che, come esprime in modo esplicito lo stesso autore in un intervista a Radio Onda d’Urto, ha come filo conduttore un solo grande tema: la controversa relazione tra individuo e società. Dal punto di vista formale Hakan Günday, mescolando con abilità le tecniche della narrativa modernista e postmodernista, crea un quadro composito in cui minimalismo e raffinatezza stilistica si confondono. La principale sfida nella traduzione di quest’opera è consistita nel ricomporre un ritmo della narrazione che riflettesse i cambi di passo presenti nell’originale. Ancóra è infatti caratterizzato da uno stile sincopato interrotto periodicamente da passaggi più fluidi ed elaborati che nella maggior parte dei casi corrispondono alle digressioni della voce narrante. Ho tentato quindi di creare una proficua relazione tra l’originale turco e la sua edizione italiana sforzandomi di mantenere il ritmo della narrazione evitando però la macchinosità di una traduzione eccessivamente letterale. In modo simile, sebbene abbia ritenuto opportuno mantenere le metafore deliberatamente forzate dell’autore, data la distanza strutturale, sintattica e lessicale tra il turco e l’italiano, è stato talvolta necessario cimentarsi in una ricostruzione del testo mantenendone intatti gli elementi costitutivi.
Ancora è un romanzo potente, cupo, a tratti forse eccessivo. Al di là dei vizi e delle ingenuità che si possono ravvisare nell’opera penso che, come poche altre nel panorama della letteratura turca, abbia tuttavia il potere di catturare l’attenzione di una vasta platea di lettori anche sul piano internazionale. In questo senso credo possa essere un buon viatico per approcciarsi alla letteratura di un paese conosciuto per lo più tramite lo stereotipo del ponte tra Oriente e Occidente.

Fulvio Bertuccelli










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