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Amalgamation Polka
di: Stephen Wright
/ editore: Einaudi, 2007
traduttore: Adelaide Cioni - Traduzione dall'inglese

È già da un po’ che quando sono in stazione sento dire, invece di “il treno non
effettua fermate intermedie”, “il treno non fa fermate intermedie”. Ecco, io quando sento questo “fa” ci resto male, mi dispiaccio.
Anche il suono è brutto: “fa-fermate”. Non succede sempre, diciamo l’ottanta per cento delle volte. Come se le Ferrovie
dello Stato stessero aggiornando il loro vocabolario e avessero stabilito che
effettuare suona desueto e va gradualmente abbandonato. Perché? Chi lo decide? Era così
bello, così preciso, burocratico, perfetto per essere pronunciato all’altoparlante
di una stazione, aggirava quella sgradevole allitterazione fa-fe e ritmava la
frase con le sue doppie consonanti, si prendeva il suo spazio, si dava importanza.
Invece fare è generico, non è netto, non ha peso, non scandisce nulla, anzi, sembra quasi
una sbavatura, un errore, buttato lì nel mezzo della frase, nella terza singolare
poi, così corto e secondario: fa.
Sembra una stupidaggine, ma ci penso sul serio, e quando traduco e devo scegliere
tra due verbi e sono indecisa, penso alla differenza che corre tra “fare” ed “effettuare”
negli annunci delle stazioni, e penso che una delle mie responsabilità di traduttrice
è quella di non lasciarmi andare alla facilità di fare (a meno che, ovviamente, l’autore non stia ricercando un linguaggio piatto e
generico e bla bla bla).
Perché se è vero che tradurre fondamentalmente è scegliere delle parole, e scegliere
delle combinazioni di parole possibili, allora diventa importantissimo stabilire
il criterio in base al quale avviene la scelta, perchè questo criterio informerà
tutta la traduzione, le darà un colore, una sfumatura generale. La cosa mi è diventata
particolarmente chiara quando ho tradotto Amalgamation Polka, geniale romanzo di Stephen Wright sulla Guerra Civile americana costruito a
strati, dei quali il più profondo e invisibile è una ricostruzione curatissima
delle tappe iniziali della storia del razzismo americano, e quello più in superficie
racconta il viaggio allucinato del sedicenne Liberty Fish attraverso gli Stati
Uniti di metà Ottocento, quelli dei fenomeni da baraccone e dei battelli trainati
dai muli, il tutto in una lingua lirica e intensa e sintatticamente acrobatica,
con singoli periodi che a volte superano la lunghezza di una pagina. In Amalgamation Polka la scelta del colore generale da dare alla traduzione andava fatta per forza,
e il criterio è stato quello dell’espressività, cercare sempre il termine più
evocativo per suono e immagini.
La scelta di una parola, in particolare, è stata importante, proprio all’inizio
del libro, nella seconda frase: la prima è semplice, lineare: “The bearded ladies
were dancing in the mud.” Le donne barbute ballavano nel fango. Ma poi: “Outsized country feet that just wouldn’t keep still…”
“Outsized”: definizione del Webster’s “unusually large or heavy”, insolitamente
grandi, potevo tradurre con smisurati, enormi, ecc., ma sproporzionati mi piaceva
perché anche se non era la traduzione esatta aggiungeva l’elemento della disarmonia,
di qualcosa che non rientra nell’ambito del naturale (e più avanti si capisce
che si parla di donne con attributi sessuali maschili) e poi viene “country”,
qui come aggettivo: “belonging or appropriate to rural regions, suitable to or
suggestive of the country rather than the city”. Una parola così semplice che
in traduzione, accanto a “feet”, era tutt’altro che scontata. E potevo tradurlo
in tanti modi: piedi contadini, campagnoli, rustici, agresti, ecc., ecc., ma suonavano
tutti male, limitati, e nessuno era abbastanza forte, nessuno aveva il peso necessario
a zavorrare l’incipit di un prologo potentissimo che tutti gli articoli della
stampa americana avevano citato per la sua eccezionale intensità. E fra le tante
associazioni possibili con l’idea di campagna e del mondo contadino mi veniva
in mente la parola cafoni, i piedi cafoni. Ma si può dire, i piedi cafoni? Non proprio, però mi colpiva,
per come suona, per le immagini che evoca, di terra, di sporco, e disperazione
e ignoranza, tutti elementi che fanno parte dell’atmosfera generale del libro;
poi c’era il fatto che è un termine assolutamente italiano nel suo significato
storico di contadini del sud, e in questo senso a maggior ragione era improprio,
come traduzione. E ho pensato: la parola perfetta non esiste, è un miraggio, però esiste la parola potente, che in una certa frase, in un certo contesto, rimbomba. E secondo me qui “cafoni”,
accostato a piedi, in questo contesto, è una parola potente, perché amplifica
l’atmosfera di tutto il resto e perché ha un peso, forse accentuato proprio dal
fatto che è vagamente sbagliato e molto italiano. E così l’ho scelto, e mi convince
ancora, in tutta la sua imperfezione: Le donne barbute ballavano nel fango. I piedi sproporzionati, cafoni, che non
riuscivano a star fermi, che saltellavano e piroettavano lungo quel tratto scivoloso
di strada allagata. Una melma gialla incollata all’orlo del vestito, alle braccia
macchiate dal sole, alle guance villose, raggrumata in grosse monete terrose sopra
le gale ricamate del petto, come medaglie di eroi appuntate malamente. Cadeva
una pioggia fredda e insistente sulle colline sperdute, sui campi ancora fumanti,
sugli alberi scabri, deformi, dove la luce – vaga e incerta – si accaniva per
procurare al giorno la qualità granulosa di un dagherrotipo appannato. E al centro
di questa immobilità bagnata, le donne, sguaiate, irrequiete, senza origine né
spiegazione, forse scappate da un circo ambulante, abbandonate lì per dimenticanza
o per inganno o semplicemente per ripicca, la conclusione improvvisata di qualche
triste storia di offese o tradimenti, brocche di porcellana piene di sidro che
passavano liberamente di mano in mano, l’eco del loro canto un risuonare aspro
per la campagna desolata.
Adelaide Cioni
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