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GIALLO

Allmen e le libellule
di: Martin Suter / editore: Sellerio, 2011
traduttore: Emanuela Cervini - Traduzione dal tedesco

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Emanuela Cervini
pag. 2 Nota del Redattore - Giorgio Ornano

 
Nota del Redattore - Giorgio Ornano

Prima della lettura di Allmen e le libellule, non conoscevo l’autore, Martin Suter. Ne avevo sentito parlare in termini lusinghieri, addirittura accostato al grande Friedrich Dürrenmatt, e non solo perché entrambi svizzeri. Suter nega questa affinità, bollandola come una fissazione dei suoi connazionali, specialmente ticinesi. Ha sicuramente ragione. Dürrenmatt, che avrebbe meritato un Nobel, tocca vette altissime quando indaga il Male nascosto nell’animo umano e insegue, raggiungendola nelle trame dei suoi romanzi, quella Giustizia cui sfuggono nella vita reale colpevoli spesso efferati. Il grande scrittore di Konolfingen ne è ossessionato. Questa tematica, ispirata da un pessimismo cosmico, deriva dal periodo storico in cui Dürrenmatt è vissuto.
Nato nel 1921 ha visto, ragazzo, l’avvento del nazismo, i delitti atroci di un regime criminale e dei suoi protagonisti, moltissimi dei quali sfuggiti alla legge, anche per colpa della realpolitik postbellica. Cittadino di una nazione confinante con il Reich, spesso collusa e complice con la Germania, fino al crollo del nazismo, Dürrenmatt aveva toccato con mano l’impunità di criminali nazisti, spesso rifugiatisi proprio nella Confederazione, dopo aver messo al sicuro nei capaci forzieri delle banche svizzere fortune immense, frutto di crimini e stermini.
Martin Suter nasce quasi trent’anni dopo, nel 1948, in tempi meno sconvolgenti. È un narratore profondo nell’indagare l’animo umano, fotografico nel descrivere i luoghi. A una mano narrativa leggera e piacevole fa da contraltare un occhio critico, spietato verso il mondo dei magnati svizzeri che, rincorrendo arricchimenti sfrenati, non disdegnano disinvolti compromessi morali, fino al crimine.
La trama trae spunto da un fatto realmente accaduto: il furto di cinque preziosissime coppe in vetro del grande artista Emile Gallé, esponente di spicco dell’Art Nouveau, raffiguranti delle meravigliose libellule. L’autore dipana la trama in un coinvolgimento crescente per il lettore, mischiando con abilità e introspezione psicologica, humour, tensione, dramma e commedia.
Il protagonista, Johann Friedrich von Allmen, – Allmen, per il lettore – è un quarantenne, dissipatore dell’enorme eredità paterna, dedito a vivere tra irrinunciabili lussi e conseguenti debiti per i suoi modi e il suo stile da gran signore che in realtà celano il bluff finanziario. Quando si rende conto dell’insostenibilità della sua posizione, oltrepassa i confini della legge, senza alcuna remora morale inizia a rubare opere d’arte che vende al suo antiquario di fiducia, ad antiquari oltreconfine e a mercanti.
Una sera, all’Opera, incontra una disinibita miliardaria, che reduce da un matrimonio fallito trascina Allmen nella sua villa sul lago. Lui, vagando di notte in cerca di un bagno, mentre lei dorme, casualmente entra in una stanza museo in cui sono sistemati splendidi oggetti d’arte, tra cui le coppe di Gallé. Ne medita il furto e qui la trama, fino a quel punto leggera, si tinge di giallo. Allmen si imbatte nel cadavere di un antiquario assassinato e qualcuno attenta alla sua vita. Si rende conto di essere in pericolo per aver compiuto un passo più lungo della gamba, minacciato da un nemico ignoto.
Verrà a capo di questa inquietante situazione, grazie anche all’aiuto e alla dedizione del suo impagabile – e spesso inpagato – servitore tuttofare, il guatemalteco Carlos, figura chiave e maggiordomo fedelissimo al suo don John, personaggio dagli incisivi d’oro che non scherza nemmeno quando sorride, e che insieme ad Allmen forma una coppia letteraria nuova e speculare. Tra tante figure moralmente censurabili, Carlos, con i suoi solidi valori ancestrali forgiati da un’infanzia di miseria e dalla durezza della vita si contrappone al frivolo edonismo decadente di Allmen, compensandolo positivamente con la sua disincantata saggezza.
Un romanzo godibilissimo, di un Martin Suter dal tocco narrativo tanto lieve quanto incisivo, uno scrittore di cui si sentirà meritatamente parlare.

Giorgio Ornano











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