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Gli allievi della Scuola di specializzazione per traduttori editoriali (Agenzia Formativa TuttoEuropa) di Torino (a.a. 2008-2009)
La traduzione non è una disciplina esatta che ha regole o dogmi da seguire. Lo
abbiamo imparato a scuola. Sembra curioso che a scuola non si insegnino le regole.
In effetti il discorso è un po’ più complesso, ma in realtà il senso è questo.
Ciò che si insegna alla scuola di specializzazione per traduttori editoriali è
un metodo e non una regola, un metodo attraverso il quale un testo deve essere
letto, analizzato, compreso e solo alla fine tradotto. La traduzione è un punto
di partenza che nasce da un processo analitico, del quale si prende coscienza
nel momento in cui ci si trova “praticamente” ad avere a che fare con un testo.
Tale metodo non si impara dai manuali, non ci sono formule specifiche; quello
che abbiamo avuto la fortuna di sperimentare è un passaggio a nostro beneficio
di esperienze professionali di docenti che sono anche traduttori professionisti
e persone capaci di trasmetterci il loro sapere senza mai essere prescrittivi
e senza usare toni eccessivamente didattici.
La dimensione collettiva in cui ci si trova a operare è forse l’aspetto più accattivante
di questo corso. È un’occasione rara se non unica, considerando che il mestiere
del traduttore ha quasi sempre una vocazione ascetica. Il corso ci ha permesso
di sperimentare una condivisione di esperienze formative, lavorative e intellettuali,
che ognuno di noi ha potuto mettere a disposizione degli altri e che è culminata
con il momento forse più emozionante di tutto l’anno, ovvero con lo stage finale.
In questa parte del corso abbiamo lavorato alla traduzione di un romanzo, organizzandoci
in un primo momento in gruppi e successivamente in maniera collettiva. È stato
interessante osservare come le varie dinamiche e le interazioni sviluppate durante
tutto l’anno, abbiano quasi da sole preso vita in un processo in cui il contributo
di una singola persona diveniva quello di tutto il gruppo, senza che nessuno,
almeno non in maniera assoluta, avanzasse pretese di autorità su una determinata
scelta traducente. Non è cosa di poco conto, per un traduttore, potersi avvalere di valide alternative
e soprattutto accettarle quasi sempre di buon grado.
Una volta finito il corso, però, nasce una sensazione di incompletezza. Uscito
da questa scuola ti senti incompleto, senti di avere bisogno di altro tempo, di
un altro corso, almeno di un secondo anno. Probabilmente è così e sarebbe ideale,
perché l’ambiente è culturalmente stimolante e capace di metterti in continua
discussione; ma lasciarti incompleto è comunque un regalo che questa scuola ti
dona sotto forma di sfida alle possibilità. Forse più che di specializzazione
si tratta di iniziazione: giunto alla fine, ti rendi conto che il vero cammino
deve ancora iniziare, ma che nel tuo percorso hai imparato l’umiltà e la disciplina
dell’artigiano in un tutt’uno con l’esuberanza e l’incoscienza dell’artista.
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