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MIGRAZIONI

Allah Superstar
di: Y.B. / editore: Einaudi 2004
traduttore: Lorenza Pieri - Traduzione dal francese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Lorenza Pieri

 
Nota del Traduttore

Tradurre non è la mia professione principale, anche se forse quella che preferisco. Ma si sa, a meno di non essere traduttori particolarmente quotati con un potere contrattuale di ferro, è un’attività ben poco redditizia. Lavoro abitualmente come web editor di una casa editrice indipendente romana, minimum fax, per la quale mi occupo, tra le altre cose, anche di letteratura francese, che traduco all’occasione.
Tra i libri in lettura che arrivano dalla Francia e che ci vengono via via consigliati da editori o scout mi è capitato di rimanere folgorata da Allah superstar (pubblicato in Francia da Grasset) di un giovane autore algerino, attualmente residente a Parigi, che per questo romanzo si è firmato con le sue iniziali Y.B.. L’ho trovato geniale, esilarante, feroce e intelligente, assolutamente da pubblicare. Intraducibile.
Il protagonista del libro (scritto o meglio, parlato, tutto alla prima persona) è Kamel, un diciannovenne francese di origine algerina che vive nella banlieue di Parigi sognando di diventare una celebrità. Consapevole delle difficoltà che un giovane immigrato incontra volendo entrare nella società dello spettacolo, tenta, con successo, la strada dello scandalo: si inventa un personaggio comico che parodizza i kamikaze islamici e nel suo stand-up, che gli vale una agognata fatwa (una condanna a morte del mondo musulmano come quella che rese noto Salman Rushdie in tutto il mondo) non risparmia nessuno, meno che mai gli ambienti dello show business in cui riesce a entrare. Il libro è un lungo monologo sgrammaticato, infarcito di battute, anacoluti, giochi di parole, errori grammaticali e di sintassi, pezzi di rap, riferimenti a personaggi e trasmissioni della scena televisiva e musicale francese contemporanea, parole gergali, espressioni arabe, imitazioni del parlato straniero. Una vera e propria babele linguistica e stilistica. Nei giorni della Fiera di Francoforte ho fatto pressione perché  minimum fax facesse un’offerta per acquisire i diritti del libro, e così è stato, ma come di solito accade nel libromercato è arrivata una squadra più grossa che ha neutralizzato la nostra proposta di anticipo.  Ho pensato tanto peggio (tant-pis, alla francese) o insomma, tanto meglio: in un certo senso mi sentivo sollevata all’idea che in questo caso la traduzione non sarebbe toccata a me, ma a un esperto traduttore einaudiano. E invece, dopo un lungo e misterioso meccanismo di selezione, l’Einaudi ha affidato a me il compito di tradurre il romanzo. Ne sono stata onorata e al tempo stesso terrorizzata. Una prova d’esordio durissima. Ho sentito una mia amica parigina che aveva letto il libro (un vero caso letterario in Francia) che invece di augurarmi buon lavoro mi ha fatto le condoglianze. Ormai avevo accettato la sfida. Sapevo che sarebbe stato un lavoro duro ma molto divertente. Concordato con l’editor di Stile libero che le note del traduttore erano bandite se non in casi di estrema necessità (perché giustamente nella narrativa e soprattutto in un libro come questo avrebbero spezzato il ritmo e rotto l’incanto del monologo) bisognava trovare subito la voce giusta per Kamel. Tre grossi problemi: “spalmare” nel testo le informazioni necessarie a far comprendere al lettore italiano chi fossero i vari personaggi che venivano citati quasi in ogni pagina (senza possibilità, ovviamente, di sostituirli con personaggi della scena pop italiana, la cui conoscenza sarebbe stata assolutamente non credibile per il contesto culturale in cui viveva il nostro protagonista), rendere con precisione il linguaggio giovanile e gergale delle periferie parigine, tradurre, senza tradirne il senso, le battute e i giochi di parole.
La resa di alcuni elementi è stata più semplice di altre, alcune trasmissioni televisive sono presenti come format in entrambi i Paesi anche se con titoli diversi (ad esempio “Loft story” è il titolo francese del “Grande fratello”), ma di molti dei personaggi citati (comici o presentatori famosi in Francia e sconosciuti all’estero) che ricorrevano più volte nel testo, è stato necessario fornire delle informazioni aggiuntive per far chiarire i riferimenti (per esempio, in una delle prime pagine viene riportata una battuta di Patrick Timsit “mio nonno era modello per la Monsavon”. Se non avessi specificato che Timsit è un comico ebreo e non avessi sostituito la marca di sapone Monsavon con la più nota Palmolive, il lettore italiano non avrebbe colto in nessun modo il sarcasmo della citazione). In altri casi è stato invece necessario sostituire tout court il personaggio con un altro di fama internazionale più o meno dello stesso livello: in ognuna di queste rare occasioni ho voluto consultare l’autore per chiedergli se accettava la proposta di sostituzione.  Per esempio, nella pagina finale dell’edizione originale, il nostro protagonista cita due canzoni un po’ datate e ridicole, molto note in Francia ma sconosciute in Italia (così come i loro interpreti: Patrick Sébastien e Enzo Enzo); lasciando i riferimenti originali si sarebbe persa completamente l’ironia della trovata: con Yassir Benmiloud allora abbiamo cercato dei sostituti credibili e abbiamo scelto un paio di canzoni di fama internazionale che potessero far parte dell’enciclopedia di riferimento di un italiano così come del nostro protagonista: Like a virgin di Madonna e Boys, boys, boys di Sabrina Salerno (a quanto pare molto popolare anche in Africa del nord).
In altri casi mi hanno aiutato molto il fatto di aver vissuto a Parigi, avere lì ancora molti amici (che mi hanno spiegato gli sviluppi più recenti della scena televisiva francese) ma il confronto con l’autore è stato essenziale, anche se ho dovuto insistere con la casa editrice per poterlo coinvolgere nella revisione del testo: a quanto pare alcuni editori temono di interpellare gli scrittori in fase di traduzione  perché  spesso creano più intralci e ritardi che altro. Comunque, sebbene in tutta fretta e solo in una fase finale, ho lavorato a stretto contatto con Y.B. (che per fortuna ha una moglie italofona che ci ha aiutati per una serie di confronti paralleli).
Un altro problema molto difficile da risolvere è stato riuscire a rendere il linguaggio giovanile tipico delle periferie parigine. Non solo in Italia non abbiamo una parlata giovanile uniforme (ma moltissime varianti regionali che utilizzano terminologie inventate, mutuate dalla televisione, modi di dire semidialettali estremamente diversi da città a città, da nord a sud, da età a età) ma è stato necessario creare un idioma “personalizzato” per Kamel che potesse essere un misto di parole comunemente usate nel mondo dei ragazzi e un intercalare individuale ricorrente.
Il monologo di Kamel è anche infarcito di “verlan”, quel linguaggio coniato più di una ventina di anni fa dai giovani immigrati che poi è stato adottato dagli adolescenti come modo condiviso di esprimersi: nel “verlan” (trascrizione fonetica di “l’invers”, “l’inverso”) le parole vengono pronunciate invertendo la trascrizione fonetica delle sillabe, per esempio la “femme” diventa “meuf” e l’”arabe” diventa “beur”. Proprio sulla traduzione di “beur” ho un aneddoto giornalistico da raccontare. Appena una settimana prima dell’uscita del libro in Italia, un noto supplemento femminile di un quotidiano nazionale ha dedicato ad Allah superstar un lungo servizio e un’intervista a Y.B. . Non sono ancora riuscita a capire per quale bizzarra ragione la giornalista che ha redatto l’articolo a un certo punto ha scritto che nella traduzione italiana la parola “beur” è stata poco felicemente sostituita da “marocchino”. Questa affermazione è del tutto falsa, non c’è una sola occorrenza di “beur” che sia stata resa diversamente da “arabo”, l’unica traduzione possibile di quella parola in italiano. Contattata la giornalista, le ho chiesto da quale fonte provenisse quell’informazione e lei mi ha risposto di averlo saputo direttamente dall’autore. (?) Non si è scusata di non aver verificato direttamente sui testi, ha detto che comunque  secondo lei la parola andava lasciata così com’era nel testo originale perché non esiste un corrispondente italiano di “beur”. Le ho gentilmente replicato che se non avessi tradotto nessuna parola di “verlan” avrei lasciato metà libro in francese (un francese pressoché incomprensibile perdipiù). Ma non importa, nessun’altra recensione (e il libro ne ha avute parecchie) si è curata della resa italiana del testo e delle difficoltà della traduzione. Alla fine la mia fatica non è stata ripagata che da se stessa e dai complimenti dell’autore e dell’editore. E poi si sa, il traduttore è un fantasma, e come tutti i fantasmi deve rimanere invisibile ai più.      
 
Lorenza Pieri








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