| GIALLO |

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120, rue de la gare
di: Léo Malet
/ editore: Fazi 2004
traduttore: Federica Angelini - Traduzione dal francese
Nota del Traduttore
 Un classico esempio di libro giallo che offre vari livelli di lettura. Questo
è innanzitutto un romanzo di Léo Malet con il suo personaggio seriale, Nestor
Burma, come protagonista. Vari gli ingredienti su cui si può contare: una trama
mozzafiato con più cadaveri (di cui il primo entro la fine del primo capitolo),
un investigatore sui generis, poco ligio alle regole, spregiudicato ma idealista,
con trascorsi anarchici, incapace di concludere un'indagine senza prendersi almeno
una botta in testa, amante delle belle donne e che non sempre si distingue per
commenti "politically correct". Il tutto in una Parigi tra gli anni '40 e '50
ritratta nei suoi cambiamenti sociali e raccontata con ironia e affetto (basta
pensare che Nestor Burma non lascia mai la capitale, per le ferie si limita a
cambiare arrondissement), andando a indagare fin nei vicoli bui, dimenticati o oggi inesistenti. Una
Parigi dove gli studenti del Quartiere Latino abitano negli alberghi e le tipografie
nel Marais sono ancora in attività, i caffè e i bistrot ospitano scrittori e artisti
vari mentre gli Champs Elysées pullulano di gente del cinema. Del resto la serie
dei "Misteri di Parigi" in un certo senso è anche una guida della Parigi che non
c'è più. Con un giallo per ogni arrondissement, Burma diventa un vero e proprio "Virgilio" nelle atmosfere e negli ambienti
della capitale, in un ritratto che non disdegna i toni nostalgici. I "cattivi"
da scoprire sono ricettatori, spacciatori di droga, spietati assassini, ma anche
padri di famiglia uxoricidi. Prostitute e ladruncoli sono invece quasi sempre
dalla parte dei "buoni", meritevoli della nostra comprensione e, a tratti, pietà.
Senza esagerare però, perché per quanto Burma ami indagare e comprendere le ragioni
che si celano dietro ai gesti anche più crudeli degli esseri umani, niente lo
ripugna più del facile sentimentalismo. Ma questa serie per così dire "minore"
di uno dei padri fondatori del noir francese è anche altro. Qui infatti Malet
si diverte a giocare con il cliché dell'investigatore privato, offrendo al lettore
appassionato di gialli la possibilità di un livello di lettura metaletterario
dove non mancano, qua e là, vere e proprie dichiarazioni di poetica e rimandi
ai colleghi americani. Il tutto con il tono leggero e sempre, talvolta anche forzatamente,
sardonico che accompagna Burma in tutte le situazioni, dalla più buffe alle più
amare fin a quelle catastrofiche. Personaggio esuberante, chiacchierone (con il
lettore), amante della divagazione, della battuta e del gioco di parole, Nestor
Burma ci racconta delle sue indagini secondo il suo punto di vista, senza svelarci
mai tutto quello che intuisce, quasi fossimo anche noi lettori nella posizione
della sua bella segretaria Hélène o dell'amico e commissario di polizia Faroux.
Perché sia chiaro che i suoi non sono mai romanzi alla Agata Christie, per intenderci.
I delitti da investigare non solo non avvengono in una stanza chiusa, ma tanto
meno hanno un numero predefinito di sospetti e possibili colpevoli. Un movente
c'è sempre (i serial killer sono lontani anni luce), ma il più delle volte è talmente
complicato che lo si può capire solo nell'ultimo capitolo, inevitabilmente rivelatore.
Sconsigliato invece fidarsi troppo delle sue "ricapitolazioni" lungo il percorso.
Certo, tracce e indizi sono disseminati per tutto il romanzo, per chi li sa individuare,
mescolati a false piste, errori di valutazione, "colpevoli" dimenticanze di chi
indaga. Un gioco con il lettore che si riflette anche sul piano stilistico, con
la sua lingua ridondante, che attinge a piene mani dall' argot, ma anche dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dalle metafore ormai talmente
abusate da essere diventate "sterili" per riportarle a nuova vita, deviandole,
mescolandole e adattandole al contesto. Senza rinunciare a un fiume di citazioni,
più o meno esplicite, letterarie, cinematografiche, giornalistiche, "mondane".
Se in un romanzo si parla di sarti, tutto il libro sarà attraversato dai continui
richiami alla "matassa da sbrogliare", al "filo del discorso", a "gente fatta
della stessa stoffa", mentre si accenderanno "le luci della ribalta" per parlare
di un'attrice che ormai non si è ridotta che a mera "comparsa" nel proprio ambiente.
Non che la cosa salti subito agli occhi o sia fatta in modo esplicito o macchiettistico,
anche questo è un sottile gioco che Burma instaura con il lettore che abbia voglia
di seguirne la traccia. Un gioco che obbliga il traduttore a una certa libertà,
costringendolo a tante rinunce (l' argot è un patrimonio insostituibile), ma anche a rimediare con una certa creatività
rispettando la lingua d'arrivo, alla perenne ricerca di un equilibrio tra le varie
"forzature".
120, rue de la gare è tutto questo e anche qualcosa di più. In questo caso i confini dell'indagine
non si limitano a un quartiere, ma coinvolgono tutto l'esagono, martoriato dall'occupazione
nazista. A permettergli di trovare il o i colpevoli sarà proprio il contesto di
razionamenti e privazioni in cui si trova la Francia nel 1940. Burma la sta attraversando
in treno, diretto a Parigi, insieme a tanti altri ex prigionieri, dopo aver lasciato
quel campo tedesco in cui nasce il mistero che troverà soluzione a Parigi, dopo
un'indagine a Lione. I co-protagonisti della serie ci sono tutti, da Hélène, all'amico
giornalista Marc Covet a Florimond Faroux, che qui ci appare più umano e sfaccettato
che mai. Forse perché anche lui, come gli altri, veste panni diversi da quelli
abituali: la guerra non lascia mai le cose come stanno. L'atmosfera è amara, torbida
(tanto da far sospettare anche delle persone più fidate), melanconica. Sullo sfondo
degli omicidi da risolvere, incombe una tragedia ben più grande, palpabile, anche
se lontana, e la sensazione che niente sarà mai più come prima. Che quella della
guerra sia una ferita destinata a non rimarginarsi mai del tutto, un po' come
per il povero Zavatter, aiutante di Burma, che resterà monco per tutta la vita.
Non che tutto questo vada a scapito di una trama come sempre scoppiettante, che
mette in scena doppiogiochisti, delinquenti "di professione" e insospettabili
che si alternano e si incrociano ai soliti ritmi vertiginosi. Solo che, come in
tutti gli altri suoi romanzi, Malet non rinuncia a una prerogativa fondamentale
del genere: il suo aspetto "sociale".
Federica Angelini
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